Mandolino e stiletto

“Gli anarchici italiani erano di un altro legno, più nobile. Non ce l’avevano con i proprietari di case, ce l’avevano con i grandi della Terra. Non tiravano a sorpresa il collo ai reddituari o ai contadini danarosi, miravano ad abbattere il re in mezzo agli applausi della folla, in mezzo ai suoi soldati, in mezzo alla testimonianza della sua potenza”

bellepoque

 

 

 

 

 

 

 

 

Sante Caserio, Michele Angiolillo, Gaetano Bresci e compagnia pugnalando. Sono uomini condannati dalla Storia, volgari criminali per alcuni, eroi e miti per altri. Sinistre e innegabilmente affascinanti figure rievocate in questo m-e-r-a-v-i-g-l-i-o-s-o libretto (piccolo, elegante e quasi invisibile come uno stiletto), “Gli anarchici della Belle Epoque“. Autore l’ei fu Giovanni Ansaldo (1895-1969), genovese, uno dei più brillanti giornalisti del Novecento. Ovvero quando pezzi e jastemme si dettavano al telefono, quando si viaggiava per avventurose inchieste, quando gli articoli si battevano a macchina e non esisteva copia&incolla né Facebook né Twitter. Quando si lavorava in quelle belle redazioni piene di fumo e ci si poteva accendere tranquillamente una sigaretta dopo l’altra come una ciminiera turca senza aprire la finestra e puzzarsi di freddo in inverno e senza lamentele e occhiatacce di qualche fastidioso collega, che anzi apprezzava perché fumava aggratis. Quando i Maya non avevano ancora scoperto gli asteroidi e il 2012, ma si invocava con ingenuo ottimismo la caduta della Luna. Quando si stava meglio perché si stava peggio. Quando i giornali assumevano. Quando i giornali pagavano.

La pubblicazione di Ansaldo (una raccolta di articoli pubblicati sulle pagine de “Il Borghese” e de “Il Mattino” tra il 1953 e il 1967) ricostruisce con competenza e un pizzico di romantica nostalgia i tempi d’oro dell’anarchia italiana, quando idee sovversive e imprese clamorose di personaggi “di nero ammantati e di coltello e dinamite armati” (il virgolettato rimato è mio, non di Ansaldo!) riempivano le cronache del Vecchio Continente (“il loro stiletto è sempre pronto come il pungiglione delle vespe” si scriveva sui giornali) agitando il sonno di borghesi nobili e benpensanti. Siamo negli ultimissimi anni dell’Ottocento, e alla scalcagnata, cenciosa ed emigrante Italietta di allora era riconosciuto un poco invidiabile primato: i più famosi regicidi e dinamitardi dell’epoca erano invariabilmente targati Belpaese. Esponenti di una deriva terroristica che terrorizzò in una perversa spirale di sangue l’intera Europa (ma anche l’America) un secolo prima del fondamentalismo islamico. Rivoluzionari solitari come il giovanissimo Caserio, assassino del presidente francese Sadi Carnot, o Luigi Lucheni, che sul lungolago di Ginevra pugnalò a morte la celebre principessa Sissi. O ancora Bresci, che in quel di Monza vendicò le vittime dei cannoni del generale Bava Beccaris uccidendo a pistolettate il re “buono” Umberto.

Partendo da riflessioni e considerazioni generali sul movimento anarchico europeo (definito “il necessario antagonista della trionfante borghesia”), Ansaldo tratteggia sapientemente la figura del ribelle italico individuando una caratteristica peculiare (un po’ alla Lombroso, e se siete arrivati a leggere fin qui saprete certamente chi è): quella di aver fatto propria la tradizione del tirannicidio.

Conosce gli Acta Sanctorum e la battaglia di Leuttra, crede di vivere nella Roma augustea, non sopporta l’ignoranza, invoca il napalm e gli asteroidi, fuma come un turco e si emoziona come un bambino ogni volta che sente parlare di pestilenze, apocalissi e catastrofi varie. Crede fermamente che i tabacchini e le librerie siano un assoluto segno di civiltà. Il suo sogno nel cassetto è assistere alla fine del mondo, nel frattempo compra legge ricompra e rilegge libri in maniera ossessivo-compulsiva.

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