Mondo, la finiamo o no???

UnBuonPostoPerMorire

[…] l’oggetto di cui parla questa storia viaggia verso la Terra alla velocità di 18.000 chilometri l’ora proveniente dalle profondità dello spazio cosmico. Ha un diametro di 100 chilometri. Le sue probabilità di impatto con la Terra lo avrebbero collocato al livello 9 della Scala di Torino. Ovvero estinzione totale. Se gli astronomi lo avessero avvistato. Perché nonostante centinaia, migliaia di osservatori puntassero ogni notte potenti mezzi e occhi elettronici contro il cielo stellato, nessun telescopio era riuscito a intercettarlo.

Così recita il prologo di “Un buon posto per morire“, romanzo a quattro mani di Tullio Avoledo e Davide Boosta Dileo, membro dei Subsonica.

Mi capita sotto mano durante una visita “sbavo ma non compro” alla libreria Einaudi (perdonami Feltrinelli, ma tu non hai quei meravigliosi tomi targati Fondazione Valla) tra un Plutarco da 300 euro e le guerre di Cesare rilegate in vera pelle di Gallo arverno.

Del resto una copertina con tramonto rosso-nucleare non può sfuggire al mio occhio da disadattato millenarista apocalittico.

Prendo, sfoglio, e – per Apophis – mi sale in un amen il ghigno malefico delle grandi occasioni.

Il mondo si ferma (è un modo di dire, purtroppo), le lacrime di commozione no.

Quelle parole… ah, quelle parole!

Cento chilometri di diametro…

Estinzione totale…

Nessun telescopio era riuscito ad intercettarlo…

Cago 20 euro e corro a casa… “No, imperatore Giuliano, sta’ buono, non è Gregorio Nazianzeno… domani ti compro Pausania, ora pigliati un caffè con Svetonio e non rompere ché qui si parla di fine del mondo, mica nespole”.

Riprendo il prologo, la bava si è ormai asciugata, e passo avanti. Guarda un po’ ‘sti due geniacci mi hanno rubato l’idea: trenta capitoli, l’ultimo mese di vita di questa misera palla di terra e acqua, e sullo sfondo il toccante viaggio di un povero ammasso ferroso stanco e bisognoso di tanto affetto.

Chissenefrega però, oggi è uno di quei giorni “mò proprio deve cadere” e perciò salto direttamente al finale, alla velocità di 18.000 chilometri orari. E già pregusto vampe apocalittiche vulcani tsunami terre sguarrate “omiodio non c’è più tempo” Emmerich style afammoc!

Soltanto che alla velocità di 18.000 chilometri al secondo salgono al cielo imprecazioni in latino greco aramaico e qualcosa vola davvero, superando di slancio la sottile linea tra finzione e realtà…

E jà…

Nel mezzo una vicenda tutto sommato interessante, polpettone storico alla Dan Brown con tanto di templari servizi segreti americani russi cinesi Nostradamus Ermete Trismegisto e chi più ne ha più ne metta, in un trionfo del più puro complottismo capace di far perdere il sonno e il senno al famoso barista di Starbucks.

Manca incredibilmente il Graal, però, come qualsiasi riferimento alla città di Salerno.

Menzione speciale per il simpaticissimo cattivone della storia, ma ancora di più per le sue assolutamente condivisibili teorie palingenetiche (“maledetti truzzi, vi deve cadere un asteroide in testa”).

Conosce gli Acta Sanctorum e la battaglia di Leuttra, crede di vivere nella Roma augustea, non sopporta l’ignoranza, invoca il napalm e gli asteroidi, fuma come un turco e si emoziona come un bambino ogni volta che sente parlare di pestilenze, apocalissi e catastrofi varie. Crede fermamente che i tabacchini e le librerie siano un assoluto segno di civiltà. Il suo sogno nel cassetto è assistere alla fine del mondo, nel frattempo compra legge ricompra e rilegge libri in maniera ossessivo-compulsiva.

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