Quando i libri salvano la vita

 Batti il muro

«A casa mia si viveva senza parole e le cose che portavo dentro mi facevano paura, perché non sapevo se erano mie. Stavano chiuse dentro di me che stavo chiusa dentro un armadio che stava chiuso dentro una casa».

Da piccoli si convive con la paura del buio, dell’uomo nero, della Befana, e a volte lo stesso Babbo Natale può creare problemi (io ne so qualcosa). Ma quando la paura ha origine in famiglia la vita diventa un po’ più difficile. Caterina è ancora una bambina quando scopre che lupo e strega cattiva sono racchiusi nel corpo della mamma, chioccia impazzita che da rifugio si trasforma in buco nero.

La storia raccontata in Batti il muro! di Antonio Ferrara è la ricerca di una luce da contrastare al buio che circonda la piccola Caterina, imprigionandola. Si, perché è proprio una prigione quella che le costruisce la madre, che a causa di problemi psichiatrici la rinchiude spesso in un armadio di casa. Per Caterina, quello che inizialmente si configura come un luogo di castigo – l’armadio – si rivela ben presto un mondo fatto di ombre che si diradano, un rifugio sicuro in cui ritrovare la luce per scoprire il senso della vita, il percorso da seguire per non soccombere. Compagni di viaggio sono una torcia e i libri, che di volta in volta la accompagnano nelle lunghe ore di solitudine. «La scuola, la società, i libri sono fondamentali per acquisire gli strumenti necessari per pensare con la propria testa», ha detto l’Autore.

Ma Batti il muro! riesce ad andare oltre le mura di casa, oltrepassando il chiuso di mura ben più spesse e inaccessibili.

«Da casa mia a scuola non c’era molta strada. C’era un tratto del percorso, però, che mi metteva agitazione. Una stradina che si snodava tra la biblioteca e il manicomio. Io al mattino percorrevo la stradina del manicomio e cercavo di non guardare in alto. Cercavo di non ascoltare la loro richiesta assurda, la loro voce disperata, ma i richiami insistenti mi costringevano a obbedire. “Batti il muro!” urlavano. “Batti il muro!”. E io obbedivo, allora, picchiavo la mano aperta sui mattoni ruvidi e poi scappavo via».

Batti il muro”, è infatti la richiesta che quotidianamente Caterina sente quando passa davanti alla casa per malati di mente: un rituale a cui non si sottrae e che come un sottile filo rosso la accompagna fino alla fine del libro.

Cos’è questo romanzo? Una storia di speranza e di parole non dette ma lette nell’arco degli anni della crescita di Caterina, e che lentamente si fanno strada nella sua vita. Parole racchiuse assieme ai sentimenti, che emergono dopo essere rimasti “imprigionati” per diversi anni, quelli che la “vera” protagonista ha dovuto vivere dalla sua infanzia alla vita adulta. Questo percorso di liberazione è tratto infatti da una storia vera: Caterina oggi è una libraia e la sua storia – la parte della storia conosciuta dall’Autore – è tutta racchiusa nel primo capitolo del libro, che raccoglie il dolore della bambina che è stata. Poi, però, Ferrara lascia spazio al “romanzo”, alla fantasia, attingendo a piene mani dalle tante storie di vita incontrate nei sette anni in cui ha lavorato in una comunità alloggio per minori.

La storia di Caterina nasce come racconto per adolescenti, età indicata in libreria “dai 12 anni in su”. Ma come capita molto spesso, i “libri per ragazzi” si rivelano dei boomerang lanciati al mondo “dei grandi”, volani da prendere al volo per fermarsi a riflettere.

Sono nata nell'anno dei Mondiali in Spagna, evento che avrebbe segnato per sempre la mia vita, donandomi un'insana e poco femminile passione per il calcio. E per lo sport. Ho iniziato a leggere all'età di sei anni, come accadeva una volta a tutti i bambini nati prima dell'era della virtualità, maturando da subito un'avversione per le letture a comando negli anni di scuola. Il libro è un'esperienza, non un oggetto, e ha bisogno dei suoi tempi: come un corteggiamento o un amore a prima vista, l'attrazione accade quando meno te l'aspetti e mai per imposizione! Vivo di parole scritte e lette, di pensieri nebulosi e sogni che camminano ancorati a terra. Ho imparato a dire le parolacce, mi piace cucinare, adoro mangiare. La musica, come i libri, sono l'ossigeno della mia quotidianità. Amo condividere, tra silenzi necessari e parole che si rincorrono. Elemento di disordine e pazzia nella mia vita: tanti capelli ricci. Quando vedo un film che mi piace, mi capita la stessa cosa che provo quando arrivo alla fine di un buon libro: rallento gli attimi finali e vorrei non finisse mai. Per vivere puntualmente la sensazione di abbandono e malinconia.

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