Sopensioni letterarie: Cent’anni di Solitudine

Cent'anni di solitudineUno dei diritti imprescrittibili del lettore, secondo Daniel Pennac, è il diritto di non finire un libro.

Nel corso della mia carriera di lettrice, più volte mi è capitato di perseguire questo diritto, a volte per noia, altre volte perché colta dal desiderio più “urgente” di leggere un libro diverso, altre ancora… non so.

In questo “non so” rientra l’abbandono volontario, ma senza una logica spiegazione, di “Cent’anni di solitudine”, romanzo visionario del Premio Nobel per la Letteratura, Gabriel Garcìa Marquez. Provare a districarmi tra i numerosi personaggi che si alternano nel corso di questa intricata narrazione è per me decisamente complicato (se volete entrare nel dettaglio, leggete qui).

Non ricordo alcun dettaglio della trama o un personaggio che mi abbia particolarmente colpito (tra i meandri della mia labile memoria si affaccia l’immagine sfocata di un uomo con la coda di maiale); nella mia mente è impresso solo il nome di Macondo, la città immaginaria in cui si svolgono le vicende della famiglia Buendìa, ma per una motivazione che non ha alcuna valenza letteraria.

A cinquanta pagine dalla sua fine, ho abbandonato “Cent’anni di solitudine” e non mi sono più accostata ad alcuna opera di Marquez sino alla lettura de “L’amore ai tempi del colera”. Sebbene si sia guadagnato un posto tra i miei libri preferiti, questo romanzo non è riuscito a cancellare la titubante reticenza con cui guardo alle opere di quella che è considerata una delle voci più incisive del Novecento letterario.

Per quanto un’opera possa essere illustre ed un autore geniale, è necessario che il lettore abbia sviluppato una maturità tale da comprendere un determinato contenuto; probabilmente, come spesso accade nella vita, il mio incontro con il buon Gabo è avvenuto nel momento sbagliato.

Non sempre è sufficiente il tocco di un Re Mida per creare l’oro, e non credo che tutti i lettori che sostengono di amare Marquez abbiano compreso pienamente la sua poetica. Spesso i miti sono alimentati da banali luoghi comuni, piuttosto che da una reale consapevolezza.

La mia non vuole essere una critica, solo una costatazione.

Sono solita riordinare i pensieri tra gli scaffali di una libreria. Venero il “Dio” Gutenberg, sono devota a monsieur Kindle, e sono pronta ad abbracciare qualsiasi nuovo credo riesca a proiettarmi in una realtà fatta di parole e immagini da raccontare. Qualora rischiassi di dimenticarlo, la foto di una barca mi ricorda che “La educación es libertad”. Quoto Pennac e penso che tacere, a volte, oltre ad essere un diritto sia un dovere. Da grande voglio essere una Haijin. Ecco il mio haiku: sono seduta/ invoco lo scapezzo/ mannaggia mondo

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