Un polimero è per sempre

mondo senza di noi“Gli specchi e la copula sono abominevoli, perché moltiplicano il numero degli uomini” (Borges)

“Cos’è l’uomo, se non una macchina complicata e ingegnosa per trasformare, con infinita sapienza, il rosso vino di Shiraz in orina” (Blixen)

“Umanità, mi stai sul cazzo da sempre” (Bukowski)

“L’uomo è un brufoletto sulle chiappe della Terra” (anonimo)

“Oh, ma quando cade ‘st’asteroide?” (amico di anonimo)

Pensieri sparsi, semiseri, che rappresentano il miglior viatico alla lettura di questo saggio davvero particolare. Affascinante, accurato, scritto in maniera agile e coinvolgente. Un lavoro scientifico che ipnotizza, tenendo il lettore incollato fino all’ultima pagina, con l’animo gonfio di “speranza”. E che nasce da un’idea semplice semplice: una Terra senza la razza umana.

Questo il succo di “Il mondo senza di noi” (Einaudi), dello statunitense Alan Weisman, giornalista e docente presso la University of Arizona. Viaggiando attraverso parti del mondo già “de-umanizzate” e avvalendosi della consulenza di esperti nonché di una mole mastodontica di dati scientifici, l’autore disegna la geografia di mamma Gea dopo la dipartita dell’uomo.

Il perché di questa ipotetica estinzione di massa Weisman non lo spiega. Guerra nucleare, disastro batteriologico, desertificazione, rapimento da parte degli alieni, sucidio in massa alla Lemmings, pandemia globale di sfasulamento o salernitano che scova un bottone rosso funzionante, chissà. Ma non ha importanza. Ciò che conta è lo spettacolo che come per magia si materializza tra le pagine del giornalista americano: città inghiottite dalla vegetazione, ardite opere frutto dell’ingegno umano come l’Eurotunnel, il Canale di Panama e il Faro della Giustizia miseramente svanite nel volgere di pochi mesi. In un ritorno ad un eden primordiale, la rivincita degli animali, il trionfo della Natura che in poco tempo riprende con prepotenza il sopravvento, riconquista il proprio spazio. Nella visione di questo “nuovo mondo” sopravviverebbero alla nostra scomparsa soltanto i rifiuti. Un mare di munnezza, muta testimonianza di una folle civiltà per migliaia e migliaia di anni: scorie nucleari e chimiche, miliardi di tonnellate di indistruttibili polimeri. Plastica, signori. Tanta plastica, capace già oggi, grazie al gioco di correnti, di formare una vera e propria isola artificiale (centinaia di chilometri quadrati) nel bel mezzo del Pacifico, tra lattine, buste sacchetti e flaconi. Ed è proprio qui il senso più profondo di questo esercizio di immaginazione. Gioco di fantasia ma soprattutto analisi (e condanna) delle molteplici devastazioni, e del profondo impatto sull’ambiente, di quel grande predatore chiamato homo sapiens (sic). Insomma, un libro curioso, che invita ad una profonda (auto)riflessione, e che si tiene tutto sommato alla larga da tante menate moraleggianti e pseudoecologiste. Un affresco dell’infinita varietà delle forme di vita, “della bellezza vitale di un pianeta” (ovviamente non sono parole mie) potenzialmente capace di annullare in un attimo vanità e delirio di onnipotenza.

Conosce gli Acta Sanctorum e la battaglia di Leuttra, crede di vivere nella Roma augustea, non sopporta l’ignoranza, invoca il napalm e gli asteroidi, fuma come un turco e si emoziona come un bambino ogni volta che sente parlare di pestilenze, apocalissi e catastrofi varie. Crede fermamente che i tabacchini e le librerie siano un assoluto segno di civiltà. Il suo sogno nel cassetto è assistere alla fine del mondo, nel frattempo compra legge ricompra e rilegge libri in maniera ossessivo-compulsiva.

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