Toc toc toc

Un segno invisibile e mio - Aimee BenderEra il 50. Guardai il pezzo di carta sul prato. Era il 50, nessun dubbio, identificava il corridore numero cinquanta. Numero nero su carta bianca, bordato d’arancione”.

Ci sono un pezzo di sapone, un insegnante di scienze, una classe di bambini acutamente scalmanati, un alternarsi di numeri e l’ossessiva presenza del 50.

E poi, c’è Mona Grey, insegnante di matematica, che per il suo ventesimo compleanno ha deciso di regalarsi un’ascia, improbabile collante che li tiene uniti.

Sono questi gli ingredienti dell’emozionante romanzo d’esordio di Aimee Bender, scrittrice statunitense, classe ’69, che aveva già catturato la mia attenzione con “L’inconfondibile tristezza della torta al limone”, ultima fatica letteraria edita per i tipi di minimum fax, ma che con “Un segno invisibile e mio” è riuscita a sconfiggere qualsiasi timore, annientando quello stimolo che a volte, ahimè, mi spinge ad abbandonare la lettura.

Toc toc toc. Inspira, espira. Toc toc toc toc.*  

Le pagine dei romanzi della Bender sembrano scavare negli angoli più nascosti dell’animo umano. Nessuna parola è lasciata al caso. Persino il layout di lettura, inizialmente destabilizzante, è privo di quegli elementi ritenuti convenzionalmente fondamentali, ma che ben presto si rivelano degli inutili e superflui fronzoli.

Ogni emozione è percettibile. Visualizzare i movimenti dei personaggi o le espressioni del loro viso non è nient’altro che una naturale conseguenza. Persino quel “segno invisibile”, che lentamente scava le loro anime, diviene evidente e si insinua nell’Io più profondo del lettore.

La gente si accorge solo di quando te ne vai; se resti non se ne accorgono. E’ come quando si sente davvero un ronzio continuo solo dopo che ha smesso”.

E’ attraverso il loro “segno invisibile” che i personaggi di Aimee Bender sembrano gridare al mondo: “Ehi, sono qui!”; ed è nei piccoli gesti che si nasconde il loro profondo disagio, comune a molti individui, e si confonde nell’abituale routine della quotidianità.

Comprendo le dinamiche di mercato, ma la mia unica preghiera è: “NON FATENE UN FILM”. Come ha affermato Roland Barthes: “Dalla parola scritta potrei risalire alla mano, alla nervatura, al sangue, alla pulsione, alla cultura del corpo, al suo godimento”.

* (no, non sono impazzita, dovete leggere il libro per comprenderne il significato).

Sono solita riordinare i pensieri tra gli scaffali di una libreria. Venero il “Dio” Gutenberg, sono devota a monsieur Kindle, e sono pronta ad abbracciare qualsiasi nuovo credo riesca a proiettarmi in una realtà fatta di parole e immagini da raccontare. Qualora rischiassi di dimenticarlo, la foto di una barca mi ricorda che “La educación es libertad”. Quoto Pennac e penso che tacere, a volte, oltre ad essere un diritto sia un dovere. Da grande voglio essere una Haijin. Ecco il mio haiku: sono seduta/ invoco lo scapezzo/ mannaggia mondo

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