Io e te

io-e-te-niccolo-ammaniti“Mi aspettavo che Olivia fosse brutta e con il viso antipatico come le sorellastre di Cenerentola e invece era incredibilmente bella, una di quelle ragazze che appena le guardi ti si infuoca la faccia e tutti capiscono che la trovi bella e se ti parla non sai che fare con le mani, non sai neppure come sederti”.

Io e te è il romanzo di Niccolò Ammaniti, edito per i tipi di Einaudi.

Io e te è un libricino piccolo, come piccola è la storia raccontata al suo interno.

Io e te è la storia di un amore, non nel senso convenzionale del termine.

Io e te è il racconto di due vite che si incrociano apparentemente per caso, ma che in realtà sono legate da un filo impalpabile e indissolubile.

Io e te è la storia di Lorenzo, un ragazzino che incarna perfettamente tutte le idiosincrasie dell’adolescenza, e Olivia, una giovane donna capace di racchiudere in sé quell’appiglio salvifico che solo un grande dolore a volte può avere.

Io e te è un libro che ho incontrato per caso, perché di Ammaniti, fino ad oggi, non avevo mai letto niente. L’ho consumato in un paio d’ore, perché le storie piccole vanno lette tutte d’un fiato se vuoi coglierne le sfumature.

L’ho letto perché Bernardo Bertolucci lo ha scelto come soggetto dell’omonimo film, Io e te, che ha battezzato il suo ritorno sul grande schermo. L’ho letto perché Ammaniti mi ha sempre dato l’idea di essere un decontestualizzato (per me è un complimento, lo giuro) e leggendo questo libro ne ho avuto come una conferma. Solo un decontestualizzato, infatti, può descrivere con semplici parole il disagio dell’essere diversi, in un mondo in cui la maggior parte degli individui aspira a sentirsi parte di un qualcosa.

Quasi come un cantore dell’identità perduta, Ammaniti ci racconta la storia di due anime che racchiudono il disagio di un’intera generazione.

Sono solita riordinare i pensieri tra gli scaffali di una libreria. Venero il “Dio” Gutenberg, sono devota a monsieur Kindle, e sono pronta ad abbracciare qualsiasi nuovo credo riesca a proiettarmi in una realtà fatta di parole e immagini da raccontare. Qualora rischiassi di dimenticarlo, la foto di una barca mi ricorda che “La educación es libertad”. Quoto Pennac e penso che tacere, a volte, oltre ad essere un diritto sia un dovere. Da grande voglio essere una Haijin. Ecco il mio haiku: sono seduta/ invoco lo scapezzo/ mannaggia mondo

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