Fernando Labajos, chi era costui? Il “mistero” de L’obra dell’aquila

Arturo Pérez-Reverte “L’ombra dell’aquilaRecensendo il romanzo di Arturo Pérez-Reverte “L’ombra dell’aquila” mi sono brevemente intrattenuto sulla dedica che apre il volume, sottolineando come questa sottendesse una storia meritevole di essere raccontata. Eccola, direttamente dalla penna di Pérez-Reverte (e grazie alla traduzione della sorella “spagnola” di Franz Ferdinand, notoriamente germanofono ed a mal partito con la lingua di Cervantes).

“L’altro giorno ho incontrato il suo nome per caso, in un reportage sul tentativo di far saltare in aria la torre d’avvistamento di El Aaiùn, nel 1975, quando i marocchini entrarono nel Sahara.

Un militare spagnolo se ne andò di testa e decise di uccidere lo stato maggiore del generale Dlimi –un importante figlio di puttana, ora posso dirlo- e un altro militare spagnolo, un comandante della Territoriale andò alla torre e disse al dinamitardo che se fosse tornato a giocare al terrorista gliele avrebbe date di santa ragione. Questo comandante della Territoriale si chiamava Fernando Labajos, aveva passato la vita in Africa con la Legione e con le truppe indigene, ed era veramente duro. Magro, moro, la faccia piena di cicatrici e baffi neri. Non di questi duri da discoteca che vanno lì ad atteggiarsi, ma uno con le palle. Inoltre era mio amico. Lo era tanto che quando scrissi quella goliardata storica intitolata “L’ombra dell’aquila” lo reincarnai nel coscienzioso capitano Garcia del 326° di Linea. E gli dedicai il libricino, a lui e a un saharaui che era stato ai suoi ordini prima di unirsi al Polisario e morire combattendo a Uad Ashram: il capo Belali uld Marahbi.

Ci sono cose della mia lunga relazione sahariana con il comandante Labajos che non racconterò mai, neanche ora che per lui è indifferente. Riassumerò dicendo che era di quei tipi testardi e valorosi che allo stesso modo possono apparire nei libri di storia con un monumento nella piazza del loro paese, affrontare un consiglio di guerra, sopportare qualsiasi cosa o essere fucilati nei fossi di un castello. Aveva anche i suoi lati oscuri, come tutti. E il fegato distrutto, perché era capace di buttarsi in corpo qualsiasi alcolico di merda. A molti dei suoi subordinati non piaceva, ma tutti lo rispettavano. Io gli volevo bene e lo rispettavo, tra le altre cose perché mi ospitò nel suo alloggio quando arrivai nel Sahara come corrispondente, con 23 anni e una faccia da bambino, perché mi fece dei favori che ricambiai quando si giocò la pelle e la carriera, e soprattutto perché una notte che i marocchini attaccarono Tah, nella frontiera del nord, e il generale governatore proibì di andare in soccorso dei dodici territoriali nativi della guarnigione per non irritare Rabat –già si sa: questa degna fermezza spagnola di sempre- Fernando Labajos disobbedì agli ordini ed organizzò un contrattacco. Affinché rimanesse una testimonianza delle sue ragioni nel caso qualcosa andasse male mi portò con sé nel suo Land Rover come testimone; e mai ho dimenticato quei 75 chilometri girando di notte verso la frontiera, i territoriali spagnoli e i nativi con i loro turbanti buttati nelle macchine, dentro nubi di polvere, con il generale che ordinava isterico alla radio che la colonna tornasse indietro, e Fernando Labajos che rispondeva solo con laconici “nessuna novità”, finché non si stancò e spense quella cazzo di radio, e al ritorno non lo rinchiusero per tutta la vita in un castello per puro miracolo, o forse perché aveva un giornalista come testimone.

Già ho detto che è morto. Da colonnello, alla fine non vollero promuoverlo a generale. Morto come lo è il capo Belali, che quella notte era uno dei dodici nativi accerchiati a Tah. Come lo sono il tenente colonnello Lopez Huerta, il tenente dei nomadi Rex Regulez e alcuni altri come il giovane e bello Sergio Zamorano, il reporter Miguel Gil Moreno, il guerrigliero Kibreab, il croato Gruber e altri ancora; sembra una bugia quella di tutti questi amici che ho già sottoterra. Che storia. Uno porta tutto questo con sé senza scegliere di farlo. Semplicemente perché fa parte della sua vita; e a volte si ritrova, senza volerlo, dialogando con i suoi fantasmi dinanzi ad una foto, una bottiglia di qualcosa, un ricordo inaspettato. Nostalgia, suppongo. In fin dei conti, siamo ciò che ricordiamo. Sempre c’è uno che sopravvive per raccontarlo, diceva il torero Luis Miguel Dominguin. E un giorno, in silenzio o davanti ad altri, ricordi. Ciò che è certo è che, sebbene siamo trascorsi almeno quindici anni, il comandante Labajos è una di queste ombre più care. Non so se nei 404 articoli che ho battuto in questa pagina l’ho menzionato qualche volta. Però vedendo il suo nome sul giornale, con la firma di un altro, mi sono sentito estraneo. Infastidito. Come se qualcuno stesse frugando in qualcosa che mi appartenesse.

L’ultima volta che lo vidi si era appena sposata sua figlia. Lui era il padrino. Il matrimonio era a Malaga e io andai a incontralo al banchetto di nozze. Era in uniforme di gala con tutte le sue medaglie, lascò lì gli sposi e gli invitati e andammo al bar ad ubriacarci, finché non vennero a cercarlo. Già vi ho detto prima che era mio amico.”

Arturo Pérez-Reverte

Franz Ferdinand scripsit

Un errore della Storia. Questo è Franz Ferdinand. Nato in riva al mare, ma amante delle solitudini alpine; aristocratico in un mondo disegnato su misura per le incolte plebi; accumulatore (e lettore!) di carta stampata fra miriadi di "lettori" di sms e pdf. Dall'innaturale connubio tra locus (terronico) ed animus (asburgico) nasce il monstrum Franz Ferdinand. "Attendere l'Apocalisse in compagnia di un libro e di una tazza di caffé"

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