Cattedrale.

carver-cattedraleUn buon racconto vale una dozzina di cattivi romanzi. Sapete chi l’ha detto? Uno dei più grandi autori di short stories, Raymond Carver.

Come si fa a scrivere di Carver? Premetto che non è un autore per vie di mezzo, o lo ami o lo odi… lui è così. Non vi aspettate pillole indorate né saggi consigli sulla vita; non vi aspettate atmosfere tranquille né finali lieti. Carver non vuole insegnarvi proprio nulla e non vuole farvi la morale, vuole solo raccontare.

Cattedrale è forse il suo capolavoro. Una prosa? Io direi più che i dodici racconti di cui è composto Cattedrale sono fotografie, o dipinti se volete. Immaginate Carver che con un pennello rende immortali scene di vita quotidiana intrise di sottile disperazione. Oppure immaginatevelo mentre scatta un’istantanea piena di inquietanti dettagli… dettagli che troppo spesso ci lasciamo sfuggire.

I suoi personaggi non hanno niente di speciale, non hanno particolari doti e non spiccano per intelligenza. Sono persone che potremmo benissimo ritrovarci di fianco al supermercato. Non hanno paura di mostrarci le loro debolezze e le loro mancanze, perché è proprio questo che li rende unici ed inquietanti… penso che nel dipingerli, Carver, abbia usato tutti i toni del grigio, ed io non sottovaluterei mai le mille sfumature che un grigio può assumere!

Il racconto che mi ha più emozionato è stato l’ultimo, quello che dà il nome al libro: Cattedrale. Il protagonista dei questa short story si ritrova a dover spiegare ad un cieco, amico della moglie, com’è fatta una cattedrale. Impresa alquanto ardua! Le parole non bastano a spiegare al cieco l’immensità di una cattedrale, e così le loro mani si incontrano per disegnarla su un foglio di carta.

“Ha trovato la mia mano, quella con la penna. Ha chiuso la sua mano sulla mia. (…) Così ho cominciato. Prima ho disegnato una specie di scatola che pareva una casa. Poi ci ho messo sopra un tetto. Alle due estremità del tetto, ho disegnato delle guglie. Roba da matti. (…) Ci ho messo dentro finestre con gli archi. Ho disegnato archi rampanti. Grandi portali. Non riuscivo a smettere. I programmi della televisione erano finiti. Ho posato la penna e ho aperto e chiuso le dita. Il cieco continuava a tastare la carta. La sfiorava con la punta delle dita, passando sopra a tutto quello che avevo disegnato, e annuiva.”

E fu così che un cieco, per mano di Carver, vide una cattedrale e ne assaporò la maestosità.

Io vivo in due mondi paralleli, quello dei libri e quello degli esseri umani. Ed è grazie al primo che sopravvivo al secondo.

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