Neil Young, il grande viaggio della vita.

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 Immaginate una di  quelle highway americane  sconfinate, dove  l’orizzonte  sembra lontano milioni di anni luce.  Immaginate di  essere su una di queste highway in  pieno agosto, con  un caldo che squaglia anche la  pelle, i piedi che ormai  sono a contatto con l’asfalto  che brucia peggio dei  carboni ardenti.  Immaginatevi tutto questo e metteteci  pure il fatto  che voi state cercando un passaggio per  non si sa  dove. E mentre ormai vi state già rassegnando  all’idea di dover percorrere non si ancora quante miglia prima di raggiungere il primo motel, ecco spuntare dal nulla un’auto imponente. Se ne riesce a distinguere solo la sagoma. È un’auto decapottabile della fine degli Cinquanta. Man mano che si avvicina l’immagine si fa sempre più nitida. Ora è a qualche centinaio di metri da voi. Ma riuscite a vedere anche al suo interno. O meglio: vedete un grande cappello ubbidire al volere del vento, che spinge da diverse direzioni, ad una velocità piuttosto sostenuta. Alzate il vostro pollice fiduciosi che questa grande auto venuta dal passato possa ammettervi a bordo e guidarvi verso il futuro.

Il pensiero non fa in tempo a completarsi che la grande navicella su gomma si ferma. Ora vedete che non c’è solo l’uomo con il grande cappello al suo interno. Ma anche un cane di piccola taglia. È un attimo: siete a bordo. «Il sogno di un hippie» (2012, Feltrinelli, 448 pagine, 17 euro), il primo libro autobiografico di Neil Young, è proprio questo. Un grande viaggio dove il lettore non è spettatore ma attore. Neil diventa «l’amico Neil», «il fratello Neil». Ti chiede se ti stai annoiando ad ascoltare il racconto di 40 anni di vita vissuta intensamente, tra rock ‘n roll, country, alcool, droghe, donne in un’America lontana dagli stereotipi quotidiani. Con sguardo disincantato ti spiega le potenzialità della tecnologia.

E non è solo il racconto stanco di un signore di 68 anni che non ha più nulla da fare e niente da dire e per questo si è rifugiato – come tanti altri colleghi – nella scrittura di un libro di memorie. Neil racconta, certo, ma il suo racconto ha un qualcosa di più. Perché è soprattutto un’analisi interiore. E non ha scelto il miglior psicanalista d’America, come fece quando era in punto di lasciarci le penne. Ha scelto, ancora una volta, di salire su un palco e rimettersi al giudizio degli altri. Per l’occasione ha anche aperto un archivio fotografico quanto mai inedito svelando, non solo il suo universo musicale, ma anche quello più intimo. Sua moglie Pegi (la sua unica, grande e vera, musa), il piccolo Ben e gli altri due figli, Zeke e Amber.

Si scopre così il lato umano di un grande artista che ha sì inseguito,come tutti, il grande successo tenendo però sempre fermi dei principi, dei valori, oggi rimpiazzati da altri ben più pagani. Se pensate di trovare la storia di un uomo che ha incentrato tutto sulle tre “S” (sesso, soldi e successo) beh, mi dispiace, avete sbagliato. Qui troverete al massimo tre “A”: amore, amicizia e ambiente. Il legame tra Neil Young e l’ambiente inteso come rispetto dell’equilibrio ecosostenibile delle cose, è il perno principale. La sua vecchia Continental del ’59 è un vero e proprio prototipo dell’auto del futuro.

Ma questo ve lo racconterà lui. Così come vi aprirà le porte delle sue tante case, vi porterà nei luoghi che lo hanno formato, nelle sale d’incisione e nei locali dove, poco meno che ventenne, cominciava a muovere i primi passi nel cammino verso il percorso che lo ha reso, oggi, una leggenda vivente. Vi parlerà del “Cavallo Pazzo”, di Stephen, di David, di Poncho. Tante storie per un’unica grande avventura. Un’avventura destinata a continuare.

Nessun commento

  • Muninn libri ha detto:

    Di solito non mi faccio abbindolare dalle autobiografie dei tizi famosi, a maggior ragione se questi tizi famosi non sanno cosa voglia dire scrivere un libro o sono calciatori, tennisti, presentatrici televisive. Però. Adesso che ci penso. Per l’esame di letteratura italiana II avevo dovuto portare l’autobiografia di Benvenuto Cellini, uno dei più grandi scultori e incisori rinascimentali. Tra centinaia di pagine di sbrodolamento autoelogiativo però qualcosina di interessante c’era. Neil Young non è Benvenuto Cellini per fortuna, ma è uno dei più grandi. Migliaia di persone si sono immerse nella cocaina pensando che fosse quella a renderlo bravo. Ha scritto alcune tra le mie canzoni preferite e se tu dici che questo libro è bello, lo metterò tra le autobiografie da leggere, insieme a quella di Chaplin. Il minimo che mi aspetto però è che sia almeno un pochino così:

    Did she wake you up
    to tell you that
    It was only a change of plan?
    Dream up, dream up,
    let me fill your cup
    With the promise of a man.

    Ciao, vado ad ascoltarmi tutto Harvest per colpa tua. 😉

    • mattiacarpinelli ha detto:

      appena hai terminato l’ascolto di Harvest fammelo sapere eh? Dammi cenni di vita…Scherzi a parte…beh, che dire: come prima recensione in assoluto sono davvero felice che ti sia piaciuto….alla prossima!

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