Quattro etti d’amore, grazie

Chiara-Gamberale_Quattro-etti-amore-660x993«E, chissà perché, vorrei solo abbracciare la signora Cunningham.

Adesso. Qui.

Vorrei che passasse su questa spiaggia buia, col suo carrello pieno.

“Ce l’hai lì dentro, no?” le chiederei, mentre le gambe non mi reggono più, e cado in ginocchio, sulla sabbia. “Mezzo chilo d’amore da darmi. Ce l’hai?”

Anzi no, facciamo quattro etti. Mi bastano. E a tutto l’amore che hai tu non tolgono niente. No? Su, ti prego. Dalli a me. Ti prego. Dammeli. Oggi. Quattro etti d’amore, grazie.»

Quanto si è disposti a spendere per amore? Intendo in termini di vita, di tempo, di felicità.

Ho letto Quattro etti d’amore, grazie per caso. Di sicuro non è un libro che avrei comprato: titolo sdolcinato, copertina dai colori caldi, a tratti malinconica. Non il mio genere.

Eppure…

Quattro etti d’amore, grazie è un romanzo che osserva. In realtà è Chiara Gamberale, la sua autrice, che osserva il mondo attraverso le storie delle due protagoniste, Erica e Tea, offrendo al lettore uno sguardo su una banale, ma non così scontata contemporaneità. L’ultima fatica letteraria della Gamberale (edita da Mondadori, casa editrice con la quale ha già pubblicato “Le luci nelle case degli altri”, che intendo leggere a breve, e “L’amore quando c’era”) non è un’opera che spicca per una prosa originale o per particolari frasi d’effetto. E’ un libro che descrive la realtà affidandosi alle illusioni del nostro tempo, Facebook incluso. Erica e Tea si osservano reciprocamente da non troppo lontano, immaginando quanto possa essere meravigliosa la vita dell’altra. Sono entrambe soffocate dalla propria quotidianità, ma è in quella latente inquietudine che attingono la giusta dose di ossigeno necessaria per respirare.

Sono convinta che la forza di questo romanzo si nasconda nell’immedesimazione. Qualsiasi individuo, anche chi lo negherà, almeno una volta nella propria vita ha desiderato vestire i panni di qualcun altro. Capita spesso che mi guardi intorno e mi chieda se la signora seduta al tavolino del bar accanto al mio è così felice come sembra, o se il pianto di un bambino sia soltanto un capriccio o il sintomo di un dolore nascosto. La realtà che ci circonda è fatta di apparenze, malintesi e miraggi.

Io non ho la minima idea di quanto amore possa bastare per essere felici, e se pensate di scoprirlo leggendo questo libro, beh, non è così.

Quattro etti d’amore, grazie è un romanzo sull’egoismo e su quanto sia sottovalutato. Invita il lettore a ricordare quanto sia importante imparare ad amare se stessi, per essere in grado di amare gli altri.

È un libro leggero per cuori pesanti e pensanti.

Sono solita riordinare i pensieri tra gli scaffali di una libreria. Venero il “Dio” Gutenberg, sono devota a monsieur Kindle, e sono pronta ad abbracciare qualsiasi nuovo credo riesca a proiettarmi in una realtà fatta di parole e immagini da raccontare. Qualora rischiassi di dimenticarlo, la foto di una barca mi ricorda che “La educación es libertad”. Quoto Pennac e penso che tacere, a volte, oltre ad essere un diritto sia un dovere. Da grande voglio essere una Haijin. Ecco il mio haiku: sono seduta/ invoco lo scapezzo/ mannaggia mondo

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