Matthew Weiner e Mad Men

weinerNel 2005 il giornalista Steven Johnson pubblica sul New York Times Magazine un articolo destinato a far discutere (per quanto ne so, solo oltreoceano): “Guardare la TV ti fa diventare più intelligente”. Sembrerebbe una provocazione a prima vista, ma Johnson argomenta il suo interessante punto di vista con tesi che sembrano convincenti.
Se per decenni le serie televisive sono state caratterizzate da trame lineari, semplici da seguire, senza particolari sorprese o colpi di scena se non quelli dettati dagli sviluppi di trame classiche, (ricordiamo, a titolo di esempio, le serie Starsky & Hutch oppure Happy Days) a metà degli anni 90 si sviluppa una tendenza che farà scuola nei decenni successivi.

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Le trame diventano più complicate, le vicende dei personaggi si intrecciano tra di loro, le caratterizzazioni dei personaggi sono più approfondite. Tutto ciò richiede uno sforzo di attenzione molto più elevato da parte dello spettatore. Ma d’altra parte, anche una maggiore fidelizzazione al programma televisivo, dal momento che i rimandi tra una puntata all’altra si fanno più stringenti e le sottotrame si sviluppano in modi sempre più imprevedibili. In parole povere diventa più difficile che lo spettatore possa perdersi una puntata.
Ciò significa maggiori ascolti, maggiore raccolta pubblicitaria, più investimenti in nuove produzioni televisive. Ma secondo me Johnson sbaglia nell’indicare nella domanda di spettacoli più intelligenti da parte del pubblico il motivo di questa evoluzione delle serie televisive. Il vero motivo è solo e semplicemente lo show-business, null’altro. Trame che si ramificano in vicende sempre più complesse producono eserciti di fans che non perdono più una puntata ed attendono freneticamente il prosieguo della vicenda.
Questa tendenza si è andata sempre più affermando a partire da alcune delle serie più acclamate degli anni 90, tra le altre, due in particolare, secondo il mio personalissimo punto di vista: NYPD ed E.R.


Qualche anno più tardi, nel 1999 per la precisione, una pietra miliare della storia della televisione: “I Soprano” scuote il panorama televisivo.
Scritta ed ideata da David Chase, sei stagioni (sette per alcuni, dal momento che l’ultima, particolarmente lunga, fu divisa in due parti anche a causa del famoso sciopero degli sceneggiatori) prende a piene mani dalla migliore tradizione del gangster-movie (Nemico Pubblico di W. A. Wellman e la saga de Il Padrino di F.F. Coppola in particolar modo). Il ruolo del protagonista, Tony Soprano, è affidato al compianto James Gandolfini.


Ed a questo proposito non posso fare a meno di pensare che David Chase abbia attinto a piene mani dal James Cagney, malavitoso senza scrupoli ma in fondo anche lui capace di sentimenti, de “L’affare si complica”, “La Furia Umana” ed il già citato “Nemico Pubblico” per disegnare il carattere del personaggio del capo-famiglia Tony Soprano.
“I Soprano” diventa un successo planetario.
Nel 2000 David Chase ha raggiunto successo e fama. In quell’anno gli viene proposto per la prima volta un soggetto molto particolare: una storia che ruota attorno ad un gruppo di pubblicitari che lavorano in un’agenzia della New York degli anni 60. L’autore si chiama Matthew Weiner.
Chase ne rimane così affascinato che decide di arruolare Weiner tra gli scrittori della sua serie: ed insieme scrivono alcune delle pagine più belle della storia della televisione, (a me viene in mente un episodio in particolar modo: “Kennedy and Heidi” quart’ultima puntata dell’ultima serie, per la quale David Chase, non senza modestia, ha addirittura scomodato paragoni con il cinema espressionista tedesco).
Dopo le solite vicende che accompagnano la produzione il 19 luglio del 2007 arriva finalmente sugli schermi televisivi americani sul canale via cavo AMC (acronimo che sta per American Movie Classics) la prima puntata della creazione di Matthew Weiner: Mad Men.


La serie è ambientata nella New York degli anni 60, e descrive le vite di alcuni pubblicitari che lavorano presso l’agenzia Sterling & Cooper in Madison Avenue, concentrandosi sulle vicende del suo direttore creativo Donald Draper.
Dalle prime puntate la serie si distingue dalle altre per una fotografia molto ricercata, dettagli maniacali per ricostruire gli scenari dell’epoca con particolare attenzione agli interni, soluzioni cinematografiche nelle riprese ed un’accurata ricostruzione storica con frequenti riferimenti ad episodi dell’epoca (dal disastro aereo avvenuto a Jamaica Bay; Queens, New York alla crisi dei missili di Cuba, da l’omicidio del presidente J.F. Kennedy a quello del fratello Robert, cinque anni più tardi). I personaggi e le vicende sono particolarmente influenzate da questi episodi. Non solo il racconto è corale, ma anche le vite dei personaggi si intrecciano tra di loro in legami che sembrano indissolubili. Insomma i personaggi vivono e si sviluppano quasi in osmosi. E sono tutti, chi più, chi meno, dediti all’alcool, ad una disinvolta vita sessuale, al lavoro.
Weiner nello sviluppare la sua narrazione evita accuratamente di usufruire dei classici mezzi di ribaltamento della trama per catturare l’attenzione dello spettatore, dando maggiore spazio all’approfondimento dei personaggi. Non c’è violenza, nemmeno verbale, non ci sono nudi e nemmeno scene di sesso. Per vedere il primo nudo femminile (una foto in bianco e nero custodita in un raccoglitore), bisogna attendere il quarto episodio della quarta stagione. I personaggi pur rimanendo coerenti alla loro natura, spesso molto egoista, si evolvono, cambiano atteggiamento, si ricredono. A volte le conversazioni più accese si stemperano improvvisamente in sorrisi di scusa e pacche sulla spalla come succede a noi poveri mortali nella vita di tutti i giorni.
Secondo me la capacità di Weiner come sceneggiatore e quindi di scrittore risiede proprio in questa capacità di sorprendere. Oggi i block-buster e le più comuni serie televisive ci hanno abituato ad una grammatica della narrazione sempre uguale a sé stessa. Così uguale e così monotona che ci capita spesso di sbadigliare davanti a veloci scene di azione o davanti ai “colpi di scena” dei film horror. Tanto lo sappiamo: un crescendo musicale accompagna quasi sempre un’improvvisa apparizione del cattivo. Oppure, tanto per fare un altro esempio, ad una porta chiusa che viene improvvisamente spalancata abbiamo due o tre possibilità: dietro quella porta abbiamo il cattivo in agguato, il/la protagonista si volta per trovarsi faccia a faccia con il cattivo oppure con l’amico che è in vena di scherzi. Nessuna sorpresa, tutto già visto e digerito.
Weiner invece evita questi sotterfugi, ed anche in questo sembra usare una cura maniacale: le porte servono solo per chiudere una scena ed aprirne un’altra. Si tratta di una classica tecnica per portare avanti la narrazione, questo è vero, ma per il resto non si sa mai cosa può succedere, quale decisione prenderà l’eroe di turno, se un acceso dialogo finirà in rissa o con una stretta di mano. I dialoghi sono serrati come nei migliori film d’azione, ma qui l’azione non c’è.
Alcuni dei detrattori parlano di Mad Men come di un contenitore vuoto. Non sono affatto d’accordo con questa opinione. Se Matthew Weiner preferisce dare un accurato resoconto storico e sociale dell’epoca è perché anche l’epoca diventa un personaggio i cui aspetti sono tutti da approfondire.

Robitown

Sono nato negli anni 60. Non essendo ancora stati inventati i videogiochi ed i telefoni cellulari e dal momento che la Tv aveva solo un canale e con una limitata offerta di spettacoli, l’unico modo per combattere la noia è stata la lettura. Già, dimenticavo, nessuno mi chiamava per giocare a pallone perché ero troppo scarso. Il primo libro che ho letto e di cui abbia memoria è stato “Le avventure di Tom Sawyer” di Mark Twain. Da quel giorno l’avrò riletto circa 18 volte. Sono poi diventato un lettore ossessivo compulsivo. Le ultime pagine di un libro che mi appassiona, o che mi lascia indifferente, (perché esistono anche quelli), sono sempre accompagnate da un unico pensiero: cosa leggerò dopo? Preferisco gli autori di lingua inglese del novecento, americani ed inglesi in particolar modo. La morte di D.F. Wallace mi ha colpito come un tifoso della Juventus è stato colpito dalla morte di Gaetano Scirea. Ora vi lascio, c’è un capitolo di un nuovo romanzo che ho lasciato a metà.

Un commento

  • paolo ha detto:

    Tutto giusto. Unica mancanza: tra le fonti di ispirazione di Chase hai mancato Quei Bravi Ragazzi, più volte citato dallo stesso Chase, e dal quale Chase riprende situazioni e attori per The Sopranos

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