La fortezza della solitudine

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Jonathan Lethem, “La fortezza della solitudine”, il Saggiatore 2010

Mi sono spesso chiesto cosa è questo “grande romanzo americano” questa mania che perseguita più o meno tutti i grandi scrittori statunitensi, dall’Henry Roth di “Chiamalo sonno” al Franzen di “Libertà”. Perché scrivere il romanzo definitivo su di un paese che di definitivo non ha nulla? Che non ha nemmeno una vera e propria identità nazionale? Gli Stati Uniti d’America in fondo sono un paese in continua evoluzione, un calderone di razze che continuano ad aggiungersi ed a mescolarsi, ognuna con la propria uniformità ma sempre aggrappate alla loro terra di adozione.  Eppure proprio grazie a queste numerose e così diverse emozioni che ogni etnia porta con sé, vengono fuori stimoli e pulsioni che rendono così unico il panorama letterario americano ancora oggi.

La fortezza della solitudine non sfugge a questa velleità. E’ un romanzo particolarmente lungo. La narrazione parte dalla onnipresente famiglia, sempre alla base di qualsiasi narrazione nella fiction americana (ma come potrebbe essere altrimenti? L’istituto della famiglia è il fondamento di qualsiasi società). Ed a tratti diventa un po’ pretenzioso.

La Fortezza racconta la storia di un’amicizia tra un ragazzino bianco ed uno nero, nella Brooklyn  dei primi anni 70. Il bianco Dylan Ebdus ed il nero Mingus Rude, figlio di un talentuoso cantante soul, già  leader del gruppo “The Distinctions”, la cui fama nei tempi della narrazione attraversa già la sua fase discendente. Dylan è l’unico ragazzino bianco della sua via ed uno dei pochi a frequentare la Stuyvesant High School.

Ma più che la storia di un’amicizia il romanzo sembra essere incentrato su di un’ossessione, quella di una ragazzo borghese bianco per  la cultura nera e per la black-music.  In un certo senso, Dylan, come dice anche Nick Hornby in una bellissima recensione di questo libro, rappresenta  proprio “l’incarnazione ambulante e parlante di un’ossessione culturale” .

Il romanzo è pieno zeppo di citazioni musicali dei grandi successi dance e soul dell’epoca. Perfino le bambine cantano i motivetti delle canzoni più in voga mentre sono alle prese dei loro giochi in strada. Tante, tantissime canzoni punteggiano fittamente la narrazione, forse anche più di quanto una colonna sonora potrebbe fare per un film.

Le strade dei due amici si separano a causa di drammatiche vicende. Ad un certo punto si ha come l’impressione che Dylan rinneghi quello stretto vincolo di amicizia che lo legava al ricco ragazzino nero, ma non riesce a ripudiare quella cultura che ha respirato e vissuto fin dai primi anni della sua adolescenza e che porterà con sé per il resto dei suoi anni.

Robitown

Sono nato negli anni 60. Non essendo ancora stati inventati i videogiochi ed i telefoni cellulari e dal momento che la Tv aveva solo un canale e con una limitata offerta di spettacoli, l’unico modo per combattere la noia è stata la lettura. Già, dimenticavo, nessuno mi chiamava per giocare a pallone perché ero troppo scarso. Il primo libro che ho letto e di cui abbia memoria è stato “Le avventure di Tom Sawyer” di Mark Twain. Da quel giorno l’avrò riletto circa 18 volte. Sono poi diventato un lettore ossessivo compulsivo. Le ultime pagine di un libro che mi appassiona, o che mi lascia indifferente, (perché esistono anche quelli), sono sempre accompagnate da un unico pensiero: cosa leggerò dopo? Preferisco gli autori di lingua inglese del novecento, americani ed inglesi in particolar modo. La morte di D.F. Wallace mi ha colpito come un tifoso della Juventus è stato colpito dalla morte di Gaetano Scirea. Ora vi lascio, c’è un capitolo di un nuovo romanzo che ho lasciato a metà.

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