“Rush” e Peter Morgan

rush

Peter Morgan, noto drammaturgo britannico, è l’autore della sceneggiatura dell’ultimo film di Ron Howard: “Rush”. Il film racconta il duello che nella Formula Uno fece tanto parlare di sé durante due stagioni, quella del ’75 e quella del ’76, tra due campioni dell’automobilismo: l’austriaco Niki Lauda e l’inglese James Hunt. Il film, a parere di chi scrive, è splendido. I personaggi sono ben definiti. Morgan ha avuto la capacità di evitare la trappola nella quale cadono spesso i film biografici, quella di trasformare eroi del passato in personaggi a due dimensioni, privi di spessore, di identità.

Eppure un dubbio ci assale durante la visione del film. Perché tra i tanti duelli della storia dello sport, proprio questo? Se ci riflettiamo un attimo questo serrato confronto ha occupato le prime pagine dei giornali soltanto per due brevi stagioni per poi cadere quasi subito nel dimenticatoio. Di duelli nella storia dell’automobilismo ce ne sono stati tanti altri e ben più celebrati, (per non parlare degli altri sport). E’ vero che lo sport in quanto tale vive di questi duelli, dentro e fuori il campo di battaglia, un ring, una pista o un campo di tennis che sia. Quindi uno vale l’altro, è il confronto quello che conta, non i protagonisti. Il duello, non i duellanti.

Proverò a dare una mia personalissima spiegazione

Nella tradizione cabalistica della religione ebraica esiste, come viene fuori da una delle tante interpretazioni, (come potrebbe essere altrimenti essendo la religione ebraica una delle più antiche del mondo), la figura della Qlippah, o Qliphoth. Secondo questa leggenda ognuno di noi ha, in qualche parte del mondo, un alter ego negativo, un avversario che ci si augura di non dovere mai fronteggiare e che tuttavia prima o poi si finisce per incontrare. La Qlippah è il nostro doppio negativo, un mostro, una Nemesi. Ma secondo questa tradizione, o quanto meno nell’interpretazione più accreditata, qui non abbiamo solo un duello bene/male in quanto tale, ma un confronto tra il sé ed il suo esatto opposto.

Morgan ha caratterizzato i due protagonisti come due soggetti speculari, simili ma in qualche modo rovesciati l’uno rispetto all’altro, due persone che in fondo si sarebbero per forza di cose dovute trovare di fronte, prima o poi. Se Hunt da una parte è istintivo, impulsivo, si lascia andare ad una naturale predisposizione più che alla tecnica, Lauda è un freddo calcolatore, (ai tempi la stampa lo aveva definito “Il computer”), uno che non lascia niente al caso. Mentre Hunt vive la sua vita come se ogni giorno fosse l’ultimo ed è dedito all’alcol ed alle donne, Lauda è un noioso mestierante che programma dettagliatamente le sue giornate e che per questo la sera va a letto presto sfuggendo ai riflettori della vita mondana che per Hunt, neanche a parlarne, sono una vera e propria ragione di vita. Le caratterizzazioni che dei personaggi fa Morgan sono curate nei particolari e rispondono proprio alla volontà di definirli in questo modo: Hunt, sempre sorridente, nei momenti più importanti gioca nervosamente con il suo accendino, Lauda sembra invece inespressivo, del tutto privo della capacità di provare emozioni .

Il duello nasce proprio da questo dualismo. Ma come nel bellissimo film di Ridley Scott, tratto da un meraviglioso racconto di Joseph Conrad, “I duellanti”, i protagonisti vivono di questo confronto, cercano di fuggirne ma allo stesso tempo ne sono attratti. È nella loro natura, non possono impedirlo.

Peter Morgan non è nuovo a soggetti del genere: ha già scritto un’altra sceneggiatura per un altro film di Ron Howard: “Frost/Nixon”, tratta da un suo dramma teatrale.

Il film narra di una serie di interviste che l’ex presidente americano Richard Nixon, all’indomani dello scandalo Watergate, concesse al giornalista britannico David Frost ed al termine delle quali Nixon confessa di avere tradito gli americani e di non avere rispettato la sua funzione di presidente degli Stati Uniti.

Anche questo è un film che merita un’attenta visione.

Sono nato negli anni 60. Non essendo ancora stati inventati i videogiochi ed i telefoni cellulari e dal momento che la Tv aveva solo un canale e con una limitata offerta di spettacoli, l’unico modo per combattere la noia è stata la lettura. Già, dimenticavo, nessuno mi chiamava per giocare a pallone perché ero troppo scarso. Il primo libro che ho letto e di cui abbia memoria è stato “Le avventure di Tom Sawyer” di Mark Twain. Da quel giorno l’avrò riletto circa 18 volte. Sono poi diventato un lettore ossessivo compulsivo. Le ultime pagine di un libro che mi appassiona, o che mi lascia indifferente, (perché esistono anche quelli), sono sempre accompagnate da un unico pensiero: cosa leggerò dopo? Preferisco gli autori di lingua inglese del novecento, americani ed inglesi in particolar modo. La morte di D.F. Wallace mi ha colpito come un tifoso della Juventus è stato colpito dalla morte di Gaetano Scirea. Ora vi lascio, c’è un capitolo di un nuovo romanzo che ho lasciato a metà.

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