La fine del silenzio di Reyes

papilio chromis

«Bisogna essere stati a lungo in silenzio per scrivere così». Così recita la fascetta che accompagna “Quello che ancora sai del Pesce Ghiaccio” (Feltrinelli, 2013), l’ultimo – o il primo dopo cinque anni di silenzio – libro dello scrittore colombiano (ma anche un pò italiano, vive a Vicenza) Efraim Medina Reyes.

A scrivere questa breve frase che spinge una volta di più il lettore ad aprire questo “long best seller” (432 pagine), è Stefano Benni, maestro della letteratura “fuori dal coro” o “fuori dagli schemi. E, in effetti, la sua affermazione – arrivati a metà libro, ma anche prima – è più che veritiera. L’incessante esigenza di comunicare di questo scrittore la si capisce dalla maniacalità con cui descrive personaggi, luoghi, emozioni, sensazioni. “Quello che ancora non sai del Pesce Ghiaccio” è la storia di Teo Goldman, 27enne di Città Immobile (così Reyes definisce la sua città d’origine, Cartagena de Indias, in Colombia) affetto dal lupus, una malattia auto-immune che rende molto complicata la sua vita e i contatti con l’esterno. Per questo Teo (che non è il suo vero nome ma quello di un comico al quale s’ispira) passa la maggior parte delle sue giornate chiuso in casa con la madre (che è riuscita a farsi lasciare dal marito per la quinta volta) e con uno dei due fratelli, Ariel. L’altro, Marlon, è invece una comparsa impegnato com’è con la sua vita, il lavoro ed un imminente matrimonio.

La vita di Teo è pressochè tranquilla ed è addolcita dalla presenza di Vlues, una ragazza alla quale nel libro dedica quello che – a nostro giudizio – è una delle più belle dichiarazioni d’amore mai scritte. Ma l’esistenza piatta, scandita da rituali precisi come quello dell’assunzione dei suoi farmaci, viene sconvolta dall’entrata in scena di un’altra donna: l’affascinante e iperattiva avvocatessa Lena che Teo conosce proprio al Pesce Ghiaccio, un bar gestito da un napoletano trapiantato in Colombia, Tomate. Il Pesce Ghiaccio (che in realtà esiste e si chiama Papilio Chromis) diventa così il punto di partenza di un’avventura che porterà Teo a doversi confrontare – e scontrare – giocoforza con l’esterno. Un libro che, nonostante la sua “mole” di pagine, si legge d’un fiato.

Reyes – un vero genio, lasciatecelo dire – con questo libro dimostra tutta la sua maturità artistica e letteraria. Facendo, se possibile, ancora meglio di quanto non avesse fatto con un altro suo romanzo di successo “C’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo” (Feltrinelli, 2002).  Sentiremo ancora parlare di lui!

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