Sono un clown, e faccio collezioni di attimi

C’è, nella vita di ognuno, il libro. Quello definitivo, quello che dice tutto di noi pur parlando d’altro. Quello che tocca temi apparentemente distanti, eppure così intimamente legati al nostro sentire – molto più che al nostro ragionare. Come l’amore, insomma. Bene, per me l’amore ha un nome preciso: “Opinioni di un clown“, di Heinrich Böll. Non il libro per cui lo scrittore tedesco vinse, nel 1972, il premio Nobel per la letteratura: ben più séguito ha avuto “Foto di gruppo con signora“, in cui l’ironia (o il sarcasmo?) di Böll si perfezionano al meglio. Eppure, in “Opinioni di un clown” ci sono già tutti i temi che lo renderanno famoso: la difficile ricostruzione della Germania post-nazista, l’incapacità di comprendere un mondo che è stato capace di creare l’Olocausto e di andare avanti come se fosse possibile ancora parlare di ‘umanità’, la bolla in cui rinchiudersi per sfuggire ad un orrore così grande, l’ipocrisia dell’alta società che si è servita del nazismo per poi prenderne le distanze a guerra finita.

Certo, c’è un po’ di tutto questo. Ma c’è anche molto, molto di più. Ed è Maria. O almeno, la sua assenza. Maria l’ha lasciato. Hans non se ne riesce a fare una ragione. Lo osserviamo mentre torna a casa sua, a Bonn. Quei gesti che per anni sono stati la sua rassicurante routine – chiamare un taxi, infilare la chiave nella toppa di casa, concedersi un bagno caldo intonando canti gregoriani – sono ormai sfilacciati, la pantomima di quel che erano. E dire che lui di pantomime dovrebbe essere esperto: è un clown. O quasi. Di certo è stato un clown di successo, ma ora la carriera professionale sta precipitando insieme al suo animo disperato. Ma è una disperazione lucida, non patetica. E per questo ancora più tagliente per noi che leggiamo.

Il romanzo è breve, ma non per questo agile. I temi sono tratteggiati con poche battute, intuiti più che raccontati. Ma sono temi pesanti. Il rapporto con la madre, che ha sempre appoggiato l’ideologia nazista. La sorella, morta proprio a causa di quella ideologia. I soprusi, l’obbedienza cieca, la conformità: tutti temi che sfociano nel Cattolicesimo di cui si impregna Maria, la madre, e il fratello seminarista. Temi che si ripetono, ma con l’aggravante dell’ipocrisia. Maria ha lasciato Hans perché il clown sfugge alla società, la ripudia mentre ne fa da specchio grottesco. E questo è semplicemente insopportabile per tutti gli altri, costretti ad andare avanti con il bisogno di purificarsi l’anima. Altri soprusi, altra obbedienza cieca, altra conformità. Il nazismo è finito, ma se ha saputo prosperare è proprio perché ha toccato le corde più profonde e vigliacche dell’animo umano.

Ma Hans è condannato a sfuggire tutto questo. “Tutti sanno, cioè, che un clown dev’essere malinconico per essere un buon clown, ma che per lui la malinconia sia una faccenda seria da morire, fin lì non arrivano“. La malinconia lo pone al di fuori di questa ipocrisia (“a questo mondo ciascuno sta fuori rispetto agli altri“, dirà), inchiodandolo alla riflessione. E per fare da specchio ha bisogno di capire, analizzare, metabolizzare, portare in scena. Ma digerire un boccone così amaro lo avvelena. Soprattutto ora che, monogamo come un monaco pur non essendolo, Maria non c’è più.

La sua vita personale sta precipitando insieme a quella professionale, e viceversa. Ha chiesto soldi a chiunque, ma nessuno presterebbe dei soldi ad uno specchio che restituisce la vera natura di noi stessi. Non gli resta che vestire la giubba e infarinare la faccia, esattamente come il Pagliaccio di Leoncavallo. Passa la biacca sul viso come fosse una corazza: “Avevo voglia di piangere: la biacca sul viso me lo impediva, era così perfetta con quelle crepe, con quei punti in cui il gesso cominciava a sfogliarsi; le lacrime avrebbero rovinato tutto“. Esce di casa, gira la chiave nella toppa, e si avvia verso la stazione. Forse Maria passerà di lì. Forse lo guarderà commossa, e capirà. Almeno lei, unica in tutto il genere umano. Non gli resta che aspettare, intonando quelle liturgie storpiate che tanto lo affascinano. Perché in fondo sono un clown, e faccio collezione di attimi.

Sensibile e cazzimmoso, non ama parlare di sé in terza persona. Grammarnazi convinto, da piccolo si è preso una martellata in testa per difendere l'onorabilità della parola "palese". Adora il linguaggio in tutte le sue forme, la fotografia quando emoziona, il ragionamento scientifico e i sillogismi ben costruiti: non a caso è single. Legge i libri per trovare citazioni sferzanti da buttare in faccia alla gente, ma si intenerisce per gli occhioni di un cucciolo di Beagle. "Si dice che io mi emoziono troppo spesso e che piango. Sì, è vero. Però non lo faccio per cose senza importanza" (Aníbal Carmelo Troilo)

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