Questo non è un addio, Chunky Rice

Premessa: chi scrive è emigrato da un bel po’ di tempo, lontano migliaia di chilometri dagli affetti più cari e da quel vasto complesso di emozioni che chiamiamo “casa”. Se mai è esistita una recensione oggettiva, questa non lo è di certo. Perché “Addio, Chunky Rice” è un concentrato di nostalgia, amarezza, amore, amicizia, avventura. E paura, ripensamenti, mare in tempesta fuori e dentro. Un ‘concentrato’ in tutti i sensi: Craig Thompson aveva scritto tutta la storia in tre tavole, nel 1996, per una ragazza che gli aveva spezzato il cuore. Sì, avete capito bene: quel Craig Thompson, “autore di Blankets e Habibi” – come strilla la copertina della splendida edizione della Rizzoli-Lizard, finalmente ristampata ed ampliata con interessanti extra da nerd.

Ma Thompson, prima di essere “autore di Blankets”, è autore di “Addio, Chunky Rice“. E non solo cronologicamente. Come vale un po’ per tutti gli artisti, in questa sua opera prima ci sono già in nuce tutti i temi che lo renderanno famoso: l’introspezione delicata, quasi ipnotica attraverso quella fitta trama dei disegni; personaggi che sembrano usciti da un film di Wes Anderson (come canterebbero “I Cani“), con una propria personalità che emerge a poco a poco dalle pagine ma sempre con un senso di precarietà e di indefinitezza. E forse la parola chiave dell’intera opera è proprio questa: i personaggi si muovono come spinti da un impulso irrefrenabile ad andare, ma nessuno sa bene dove e perché. Una condizione che rispecchia perfettamente la generazione dei trentenni italiani e non solo.

La storia, nella sua trama, è piuttosto semplice. La tartarughina Chunky Rice decide di andar via dalla sua città. Sente di non appartenervi più, di dover trovare altro che non sia la confortante routine quotidiana. Anche se un ruolo centrale in quella routine lo occupa la topolina Dandel. Ed è lei a spiegarci subito il perché di quella partenza: “Sei come una piantina diventata troppo grande per il suo vaso, e che ha bisogno di essere trapiantata per continuare a crescere”. “Ma io non voglio lasciarti, vieni via con me” è la speranzosa risposta di Chunky. Ma lui è una tartaruga, “casa mia è il mio guscio”. Non così per Dandee. Eppure durante l’ultima notte, che passano abbracciati in una tenda sulla spiaggia, mentre lei dorme le sussurrerà che

la casa più vera che mai avrò è il punto in cui le nostre strade si sono unite e hanno corso insieme… per un po’. Probabilmente sbaglio ad andarmene.

Ma troppo forte è l’impulso a partire, che è in definitiva crescere. La mattina successiva si imbarca verso un’indefinita isola, con improbabili compagni di viaggio: l’avido capitano Charles, la sua compagna senza volto Eleanor, e le sorelle siamesi Livonia e Ruth. Ogni personaggio porta con sé i propri demoni e le proprie nostalgie, tutti tesi verso un futuro migliore. Ma il presente è fatto di dolorosa incertezza, di un mare in tempesta, e di una topolina che dalla spiaggia non può far altro che raccogliere bottiglie e lanciarle in mare, con unico messaggio: “Mi manchi”.

La narrazione di Thompson è ondivaga come il legno della nave su cui viaggia Chunky Rice. Una narrazione a quadri, in cui ogni personaggio svela un pezzetto di sé poco a poco. Mentre si dipana lentamente -e dolorosamente- la matassa che ancora unisce i due protagonisti della storia, conosciamo anche Solomon,  fratello di Charles. Un uomo semplice, dalla grammatica sbilenca ma dagli affetti sinceri. Come per Merle, un uccellino dalle ali spezzate. Un affetto sincero ma morboso, forse per riequilibrare il suo mondo dopo che il padre -da piccolo- l’ha costretto ad affogare i cuccioli della sua amata cagnolina Stomper. E Charles non lo perdonerà mai. Ma anche lui è perseguitato da un altro fantasma, quello dell’amata moglie Glenda.

La tempesta sembra portare via tutto e tutti, ma alla fine il mare sconfinato si placa. E forse anche le anime dei protagonisti trovano un attimo di pace, per un solo momento. In attesa della prossima tempesta, del prossimo distacco, quando il mondo sarà di nuovo vuoto e privo di significato. Con la certezza che quel ‘mi manchi‘ lo raggiungerà – “come se la trama non si fosse irrimediabilmente lacerata, tutti lo sanno bene o male che questa trama si va lacerando. L’amore mi sembra il filo più resistente“. Con la speranza che questo non sia un addio, Chunky Rice.

Sensibile e cazzimmoso, non ama parlare di sé in terza persona. Grammarnazi convinto, da piccolo si è preso una martellata in testa per difendere l'onorabilità della parola "palese". Adora il linguaggio in tutte le sue forme, la fotografia quando emoziona, il ragionamento scientifico e i sillogismi ben costruiti: non a caso è single. Legge i libri per trovare citazioni sferzanti da buttare in faccia alla gente, ma si intenerisce per gli occhioni di un cucciolo di Beagle. "Si dice che io mi emoziono troppo spesso e che piango. Sì, è vero. Però non lo faccio per cose senza importanza" (Aníbal Carmelo Troilo)

Un commento

  • Mich ha detto:

    Ho appena finito di leggere Habibi, a un anno di distanza dalla lettura di Blankets e Addio, Chunky Rice, e devo dire che ogni volta che prendo in mano un Thompson quello che mi ritorna in mente e mi sconvolge ancora è proprio questo suo primo libro. È di una potenza estrema. Lo leggo in maniera assolutamente non oggettiva (ma chi lo è, in fondo?), e forse è questa la mia personalissima motivazione della sua estrema potenza… dire “Addio, Chunky Rice” è una cosa durissima. Ma prendo in mano il tuo invito e mi dico: questo non è un addio, Chunky Rice.
    (Bella recensione!)

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