Si muore una volta sola. Ma ne siamo sicuri?

Passare dal testo musicale alla prosa di un romanzo è sempre un azzardo. Specie quando il testo in questione non è affatto un romanzo. Opera prima del cantautore Vinicio Capossela, si fa prima a dire cosa non sia quel “Non si muore tutte le mattine” –Feltrinelli editore– che ci si ritrova tra le mani. Non un romanzo con uno sviluppo progressivo, appunto: piuttosto un agglomerato di storie disilluse, visioni allucinate, che i ‘caposseliani’ più fedeli non faticheranno a ricollegare a questo o quel brano dell’istrione barbuto. Non un romanzo di formazione, anche se quando si chiude la quarta di copertina ci si ritrova cambiati, più assorti, consapevoli – e non è forse questo quello a cui aspira ogni romanzo? Non un manuale di vita: eppure passando attraverso tante vite -il jazzista famoso, quello squinternato, l’amico di una vita, il riparatore di televisioni, il cacciatore di animali fantastici- se ne ruba ogni volta un pezzetto, la si gratta e se ne fa tesoro come un topo farebbe col formaggio.

Non si muore tutte le mattine

Ma allora, in definitiva, cos’è? “Vorrei che queste pagine si potessero prendere a etto, sfuse, a capitoli, a ognuno la parte che gli serve”, dice Vinicio nella sua breve prefazione. È un caleidoscopio di visioni, emozioni, perfettamente adatte alla nostra vita di tutti i giorni: un libro da leggere in metropolitana, ad un bar, per poi lasciarlo decantare giorni, o settimane. Con le sue storie brevi e appassionate, in cui ognuno prende e dà qualcosa: è infatti lo scambio tra lettore e personaggi a muovere le fila dell’intera narrazione. L’autore è presente, ma come personaggio per nulla nascosto: Nuttless, che come il Noodles di Sergio Leone si dibatte tra amore e amarezza.

È il lettore a riempire, di volta in volta, quelle pagine. Mentre sullo sfondo scorre l’epopea napoleonica disegnata sui volti dei soldatini di piombo, dove la vita si ritira perché stanca di dover richiamare in campo i veterani, “quelli che la battaglia grossa / credevano d’averla fatta”. Vite consumate a tempo di beat, con il piede che non riesce a star fermo ascoltando la Bellezza, quell’Aggita che muove tutto, perché tutto è bellezza, e tutto è Dio, God, tutt’quant’. Vite schiantate a tempo di jazz, perdute in un bar insieme ad un compagno più grosso con cui condividere l’intimità più grande -quella di prendersi a pugni nella neve- per non pensare che si è lost, perduti, fermi a bocca spalancata davanti all’ennesimo bivio.

Arrivare al traguardo sempre più leggeri, essere capaci di lasciare andare le cose, guardarle nel fondo del bicchiere ed esserne capaci di sorriderne mentre si cerca l’animale del Chiavicone, che nessuno ha mai visto e nessuno sa come sia fatto, e che dà morte e ricchezza allo stesso tempo. Cercare sempre, riposandosi solo nei sonnacchiosi e sempre uguali motel da tangenziale, andare sempre avanti perché chi si ferma è perduto, lost. Trenta è ancora poco, e se ci si è arrivati intatti vuol dire che si è un ussaro mancato, un cialtrone che rifugge la battaglia, che torna sempre a Sud, come si torna sempre all’amore.

Ma accidenti, è la vita! Da aggredire di jab, a pugni stretti, tormentati dal Dio della Quantità che non dà pace, costringe ad illudersi che Pinkerton tornerà, pur sapendo che Puccini non a caso ha fatto schiantare Butterfly col legno dei violoncelli proprio alla parola “morire”, quando le vele dell’orchestra sono tese al massimo. Il violoncello-vascello, il clipper che non ci porterà mai via da qui. L’illusione come decodifica della Bellezza che pure è tutta intorno, che “aiuta a non tagliarsi le vene per il lungo nella vasca da bagno e continuare ad andare a mettere a posto Canale 5 a una vecchia che puzza di baccalà”.

Ci sono notti infuocate, impestate dalla birra e dall’amore/amarezza, quando la Quantità si trasfigura in musica e riemergono i fantasmi del passato. È allora che riemergono il Gordo ed il Flaco, a ricordarci che non esiste un posto da chiamare ‘casa’ per chi ha in sé il germe della gioventù e della frenesia. E allora

danne ancora al mio cuore… il mio cuore! È morto mille volte almeno, il mio cuore. Ha vissuto addirittura morendo, covando la morte in sé, se l’è tenuta attaccata, ben stretta, senza distinguerla, ed è morto cento volte al giorno. È la vita… ma è certo, non si muore tutte le mattine, si muore una volta sola“.

Sensibile e cazzimmoso, non ama parlare di sé in terza persona. Grammarnazi convinto, da piccolo si è preso una martellata in testa per difendere l'onorabilità della parola "palese". Adora il linguaggio in tutte le sue forme, la fotografia quando emoziona, il ragionamento scientifico e i sillogismi ben costruiti: non a caso è single. Legge i libri per trovare citazioni sferzanti da buttare in faccia alla gente, ma si intenerisce per gli occhioni di un cucciolo di Beagle. "Si dice che io mi emoziono troppo spesso e che piango. Sì, è vero. Però non lo faccio per cose senza importanza" (Aníbal Carmelo Troilo)

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