The New Yorker

Negli Stati Uniti ci sono un certo  numero di pubblicazioni periodiche che non possiamo definire letterarie in senso stretto. Ne ricordo solo alcune: l’Atlantic Monthly (dal 2007 solo Atlantic), The Believer e non ultimo, dal momento che si tratta di una vera e propria istituzione: “The New Yorker”.

The New Yorker è una rivista nata nel 1925 che viene pubblicata con cadenza più o meno settimanale. In poco più di ottanta pagine ci sono reportage, commenti politici, satira, saggi, narrativa, poesia e vignette. Sono per la precisione  47 numeri all’anno, ma ne vengono pubblicati, per una strana tradizione,  5 nel giro di due settimane.

Posseggo una sparuta collezione di questa rivista che amo profondamente,  sono solo poche pagine ma c’è di tutto. Si passa dagli appuntamenti culturali, (cinema all’aperto, rappresentazioni teatrali, concerti di musica classica, pop e jazz, mostre d’arte), tutti concentrati nelle prime pagine, fino agli approfondimenti  di attualità, scienza e cultura. Una sezione è dedicata alla critica: libri, musica ma anche a quella di costume.

L’ultima pagina è dedicata ad uno speciale concorso settimanale: il “Carton Caption Contest”. L’artista scelto dalla redazione disegna una vignetta senza didascalia, i concorrenti mandano la propria, il vincitore, scelto tra tre finalisti, riceve una copia stampata della vignetta con l’autografo del disegnatore di turno.

Ma quello che distingue più di ogni altra cosa questa rivista da tutte le altre, sono le splendide copertine, la qualità della scrittura e i racconti di narrativa. Tra i più grandi scrittori che hanno pubblicato sul New Yorker ne voglio ricordare solo alcuni: Alice MunroHaruki Murakami, Vladimir Nabokov, John O’Hara, Philip Roth, J.D. Salinger, John Updike, Amos Oz.

Non si tratta soltanto di capolavori della narrativa quelli apparsi sulle pagine del New Yorker, ma anche vere e proprie pietre miliari della storia della letteratura americana, come il racconto: “The Lottery” di Shirley Hardie Jackson, pubblicato nel 1948.

“The lottery” è un’agghiacciante e surreale storia, nella quale l’autrice immagina che in una villaggio di soli 300 abitanti ogni anno, il 27 di giugno per la precisione, una terribile tradizione viene portata a compimento. Per propiziare l’imminente raccolto di mais, una famiglia, scelta a sorte, viene lapidata dal resto della comunità.

Il racconto suscitò un ‘infinità di polemiche, numerose lettere di protesta furono inviate alla redazione, più di quante ne abbia mai ricevute il New Yorker per qualsiasi altro testo pubblicato, molti abbonamenti furono disdetti, eppure, solo dopo pochi anni questo racconto è diventato fondamentale materia di studio in scuole ed università.

Le copertine sono splendide, sempre disegnate da grandi illustratori. Ma tra le più famose c’è quella che caratterizzò il numero uscito all’indomani dell’11/09: le sagome nere delle torri gemelle su di uno sfondo scuro, senza titolo di copertina.

Sono nato negli anni 60. Non essendo ancora stati inventati i videogiochi ed i telefoni cellulari e dal momento che la Tv aveva solo un canale e con una limitata offerta di spettacoli, l’unico modo per combattere la noia è stata la lettura. Già, dimenticavo, nessuno mi chiamava per giocare a pallone perché ero troppo scarso. Il primo libro che ho letto e di cui abbia memoria è stato “Le avventure di Tom Sawyer” di Mark Twain. Da quel giorno l’avrò riletto circa 18 volte. Sono poi diventato un lettore ossessivo compulsivo. Le ultime pagine di un libro che mi appassiona, o che mi lascia indifferente, (perché esistono anche quelli), sono sempre accompagnate da un unico pensiero: cosa leggerò dopo? Preferisco gli autori di lingua inglese del novecento, americani ed inglesi in particolar modo. La morte di D.F. Wallace mi ha colpito come un tifoso della Juventus è stato colpito dalla morte di Gaetano Scirea. Ora vi lascio, c’è un capitolo di un nuovo romanzo che ho lasciato a metà.

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