Urbino, Nebraska

Urbino, NebraskaAlessio Torino, minimum-fax, 2013.

alessio

Come Sherwood Anderson in “Winnesburg, Ohio”, Einaudi, 2011, Alessio Torino ci porta, con una straordinaria raccolta di racconti, a vivere una città attraverso I suoi abitanti con il suo “Urbino, Nebraska”. Ed utilizza uno stratagemma non nuovo ma di straordinaria efficacia: uno stesso avvenimento usato come motivo conduttore.In questo caso la morte per overdose di due giovanissime sorelle, Bianca ed Ester, avvenuto anni prima, nel 1987.

Sono solo quattro racconti, e personalmente non riesco a decidere quale sia il più bello. Si va dal resoconto dettagliato delle giornate di una studentessa urbinate, prossima ad un viaggio studio a Berlino al successivo, tutto incentrato sul disappunto che porta in famiglia e tra gli amici la decisione di Nicola di diventare frate. Il terzo è il resoconto di un sofferto ritorno ad Urbino, quello di un designer che ha trovato fama e successo altrove, mentre l’ultimo racconta della morte di un uomo di altri tempi che sembra quasi arrendersi ad un mondo che non riesce a comprendere.
Se nel precedente “Tetano”, minimum-fax, 2011, Torino ferma la sua attenzione sulla provincia appenninica ed un gruppo di giovanissimi amici impegnati nella costruzione di una zattera: “la troia”, l’attenzione qui si sposta su di una realtà soltanto leggermente più grande, dove il rapporto dei personaggi con la propria città è viscerale, un cordone ombelicale che non si riesce o non si vuole spezzare. E la tragedia della morte delle due sorelle alimenta ancora di più il vincolo che li lega tutti alla propria terra.
Non è semplice parlare della provincia ma, come fa Faulkner nella sua immaginaria contea di Yoknapatawpha oppure Bassani nella Ferrara delle sue “Cinque storie ferraresi”, Torino ne sa cogliere tutte le sfumature rendendola un luogo universale, che appartiene al mondo intero, perfino a luoghi lontani, il Nebraska appunto.

Sono nato negli anni 60. Non essendo ancora stati inventati i videogiochi ed i telefoni cellulari e dal momento che la Tv aveva solo un canale e con una limitata offerta di spettacoli, l’unico modo per combattere la noia è stata la lettura. Già, dimenticavo, nessuno mi chiamava per giocare a pallone perché ero troppo scarso. Il primo libro che ho letto e di cui abbia memoria è stato “Le avventure di Tom Sawyer” di Mark Twain. Da quel giorno l’avrò riletto circa 18 volte. Sono poi diventato un lettore ossessivo compulsivo. Le ultime pagine di un libro che mi appassiona, o che mi lascia indifferente, (perché esistono anche quelli), sono sempre accompagnate da un unico pensiero: cosa leggerò dopo? Preferisco gli autori di lingua inglese del novecento, americani ed inglesi in particolar modo. La morte di D.F. Wallace mi ha colpito come un tifoso della Juventus è stato colpito dalla morte di Gaetano Scirea. Ora vi lascio, c’è un capitolo di un nuovo romanzo che ho lasciato a metà.

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