Furore

furore

Furore” di John Steinbeck Bompiani 2013

Nel 1939 John Steinbeck diede alle stampe il romanzo, titolo originale : “The Grapes of Wrath”, (I grappoli della rabbia, o dell’ira), che gli diede fama e notorietà e per il quale viene ricordato, più che per ogni altra sua opera, ancora oggi : “Furore”.
In Italia quest’opera è stata ristampata, in una versione riveduta e corretta, dalla casa editrice Bompiani, con una splendida veste grafica ed una nuova traduzione.
Nei primi anni 30, ridotta in miseria dalle tempeste di sabbia e dagli espropri delle terre, tra l’altro divenute sterili, da parte delle onnipresenti banche, una famiglia di agricoltori dell’Oklahoma, i Joad, decide di affrontare un lungo viaggio attraverso il Midwest e la Route 66 fino in California. Ed il lungo e biblico cammino alla volta delle terra promessa sarà pieno di insidie e di ostacoli che solo la disperata ostinazione dei Joad saprà superare.
La saga dei Joad è senza tempo ed universale, ed è quanto mai attuale in questi tempi di profonda crisi economica e sociale. E’ il romanzo definitivo sulla rassegnazione, la disperazione e l’ostinazione che accompagna le famiglie di migranti da secoli.

In “Furore” sono centinaia di migliaia gli uomini in marcia con l’unico desiderio di assicurare un futuro per sé stessi e per le loro famiglie. Essi dapprima lottano contro le intemperie e le asperità di terre desolate e, una volta giunti a destinazione, contro l’indifferenza e l’egoismo dei californiani, terrorizzati da quest’orda di affamati, pronti ad affrontare le peggiori avversità per un tozzo di pane, spinti dal coraggio e dalla determinazione che solo chi ha fame può avere. I Joad avvertono sulla loro pelle l’odio con i quale vengono accolti dai californiani. Sono chiamati Okie in senso dispregiativo, spesso picchiati, ostracizzati, ridotti alla fame e ripagati del loro duro lavoro con salari ridicoli, appena sufficienti a sfamare sé stessi ed i propri figli.

Eppure si tratta di migrazione interna.

Come lo stesso Steinbeck sottolinea, alla fine sono americani da sette generazioni, i loro progenitori venivano dall’Irlanda, dalla Scozia, dall’Inghilterra, dalla Germania, alcuni dei loro avi hanno addirittura combattuto la guerra d’indipendenza ed i loro nonni, da una parte e dall’altra, la guerra civile.
Ma “Furore” è anche, ed a mio avviso soprattutto, il romanzo sulla solidarietà, sul sostegno reciproco tra coloro che condividono lo stesso destino.
Prendiamo ad esempio le parole del Reverendo Casy, il quale all’inizio del romanzo confida a Tom Joad Junior i dubbi sulla fede che lo hanno convinto ad abbandonare la sua vocazione di predicatore:
“Ho pensato allo Spirito Santo ed al cammino di Gesù. Ho pensato: “Perché dobbiamo metterlo con Dio o con Gesù? Magari,”ho pensato, “magari sono tutti gli uomini e le donne che amiamo: magari è questo lo Spirito Santo … lo spirito umano … tutta la baracca. Magari tutti gli uomini messi insieme fanno una grande anima e ognuno di loro è un pezzettino”.
Queste poche parole danno la chiave di lettura dell’intero romanzo, a mio avviso: non esiste alcuna possibilità di vincere la propria battaglia per la sopravvivenza se la lotta viene condotta dal singolo. Nessuna possibilità di fronteggiare un infame destino se le avversità non sono affrontate tutti insieme.

Ed ai Joad, infatti, si aggiungono i Wilson, i Wainwright e con loro si divide quel poco che si ha, con la convinzione che chi è nelle stesse condizioni non può che fare altrimenti.

La signora Joad, la vera protagonista del racconto, è mossa da un’unica consapevolezza: non abbiamo altro che il presente ed il futuro, se mai arriverà, si costruisce solo giorno dopo giorno.

Il romanzo ha uno dei più bei finali che la storia della letteratura ricordi: in una situazione al limite estremo della sopravvivenza solo il conforto di chi condivide la tua stessa sventura riaccende la speranza.

Sono nato negli anni 60. Non essendo ancora stati inventati i videogiochi ed i telefoni cellulari e dal momento che la Tv aveva solo un canale e con una limitata offerta di spettacoli, l’unico modo per combattere la noia è stata la lettura. Già, dimenticavo, nessuno mi chiamava per giocare a pallone perché ero troppo scarso. Il primo libro che ho letto e di cui abbia memoria è stato “Le avventure di Tom Sawyer” di Mark Twain. Da quel giorno l’avrò riletto circa 18 volte. Sono poi diventato un lettore ossessivo compulsivo. Le ultime pagine di un libro che mi appassiona, o che mi lascia indifferente, (perché esistono anche quelli), sono sempre accompagnate da un unico pensiero: cosa leggerò dopo? Preferisco gli autori di lingua inglese del novecento, americani ed inglesi in particolar modo. La morte di D.F. Wallace mi ha colpito come un tifoso della Juventus è stato colpito dalla morte di Gaetano Scirea. Ora vi lascio, c’è un capitolo di un nuovo romanzo che ho lasciato a metà.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*