“Lucky Jim” di Kingsley Amis

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Lucky Jim” di Kingsley Amis, 2013, Baldini Castoldi Dalai editore.

Inserito nella lista della rivista Time dei 100 migliori libri di lingua inglese pubblicati dal 1923 al 2005, “Lucky Jim” racconta le vicissitudini di Jim Dixon, assistente di letteratura medievale in una sperduta  università inglese. Il romanzo, scritto da Kingsley Amis e pubblicato nel 1954, divenne immediatamente un successo internazionale. E’ insieme un romanzo di formazione, storia d’amore ed un’accesa critica sociale e di costume in forma di racconto umoristico come solo gli inglesi sanno fare (o forse sapevano, da Charles Dickens a P.G. Wodehouse) ed è probabilmente il primo romanzo dell’era moderna di quello che diventerà un vero e proprio filone letterario:  la “campus novel”. Precursore, tra l’altro, di quello che è un altro capolavoro di questo indefinibile genere pubblicato solo tre anni dopo: “Pnin” di Vladimir Nabokov.

Secondo me, il romanzo satirico e di costume nella letteratura inglese ha principalmente tre elementi in comune: un impianto umoristico, uno svolgimento della trama semplice e lineare  e senza continui stravolgimenti temporali (tra l’altro, non si ricorre quasi per niente a “flash-back o a flash-forward) e, soprattutto, un’accurata caratterizzazione dei personaggi, così acuta che non possiamo fare a meno di provare simpatia per i protagonisti e lasciarci andare ad un forte senso di immedesimazione.

Prendiamo ad esempio il rapporto di Jim con il professor Welch, il titolare della cattedra della quale Jim è il lettore: egli è odiosamente assente, svagato, continua a glissare le domande di Jim circa il rinnovo del contratto che lo lega alla facoltà di umanistica. In fondo il nostro professore ha altro a cui pensare, le ansie e le preoccupazioni del suo giovane assistente non rientrano tra le sue priorità. Un’esperienza molto comune, se ci pensiamo bene, a tutti quelli che si sono trovati a combattere quotidianamente con il proprio datore di lavoro.

O ancora la sua storia d’amore con Christine Callaghan. E’ semplicemente agli antipodi del solito colpo di fulmine, (che parliamoci sinceramente, è evento abbastanza raro). Anzi, al  suo primo incontro, Jim la trova incredibilmente presuntuosa. Ma alla fine, come succede nelle più classiche storie d’amore, non ha altro desiderio che fuggire insieme a lei.

Anche se Jim si trova in un mondo che trova estremamente falso ed ipocrita, ma al quale si deve in qualche modo piegare per riuscire a guadagnarsi da mangiare, (ma anche da bere, dal momento che nutre una particolare predilezione per la birra e per  i pub), non c’è rassegnazione in lui, ma nemmeno lamento, solo ed unicamente rabbia che accende la sua volontà di combattere la propria personale guerra, senza esclusione di colpi e ricorrendo anche ai più bassi espedienti.

Tra le opere letterarie ci sono quelle che si prestano, per la loro complessità e perché scritte in uno stile volutamente oscuro ed ellittico, alle più disparate interpretazioni. Quelle, insomma, che continuano a fare impazzire critici e letterati. Ma ce ne sono altre, e  “Lucky Jim” è tra queste, che, anche se scritte in uno stile semplice ed immediato,  sono complesse solo perché hanno la presunzione, (perché solo di presunzione si tratta, perfino per il più bravo degli scrittori), di descrivere l’animo umano ed il sentire comune,  cercando di coglierne tutti gli aspetti.

E non c’è niente di più complesso dell’animo umano.

Sono nato negli anni 60. Non essendo ancora stati inventati i videogiochi ed i telefoni cellulari e dal momento che la Tv aveva solo un canale e con una limitata offerta di spettacoli, l’unico modo per combattere la noia è stata la lettura. Già, dimenticavo, nessuno mi chiamava per giocare a pallone perché ero troppo scarso. Il primo libro che ho letto e di cui abbia memoria è stato “Le avventure di Tom Sawyer” di Mark Twain. Da quel giorno l’avrò riletto circa 18 volte. Sono poi diventato un lettore ossessivo compulsivo. Le ultime pagine di un libro che mi appassiona, o che mi lascia indifferente, (perché esistono anche quelli), sono sempre accompagnate da un unico pensiero: cosa leggerò dopo? Preferisco gli autori di lingua inglese del novecento, americani ed inglesi in particolar modo. La morte di D.F. Wallace mi ha colpito come un tifoso della Juventus è stato colpito dalla morte di Gaetano Scirea. Ora vi lascio, c’è un capitolo di un nuovo romanzo che ho lasciato a metà.

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