Goodbye, Columbus

Goodbye, Columbus

 

Goodbye, Columbus. Giulio Einaudi Editore. 2013

Cosa si potrà mai aggiungere a quello che si è già detto di Philip Roth? Cosa potrò mai dire  io, un semplice appassionato di lettura e fervido ammiratore dell’autore di Newark? Niente o poco più di niente. Il mio intento è solo di fare conoscere questo immenso scrittore a quei pochi che non lo conoscono ancora.

Goodbye, Columbus” è il primo romanzo pubblicato da Roth, nel 1959 a puntate, sulla Paris Review.

Scrive Jen Doll sul The Wire, riscoprendo la lettura di questo romanzo breve: “ esso funge non solo come un’opera letteraria nello stile di Roth, ma anche come un’occhiata nella mente del giovanissimo scrittore che si confronta con temi quali assimilazione culturale, sesso, classismo, alienazione e religione che caratterizzeranno la sua futura opera”. Ma quello che secondo me stupisce di più è il fatto che pure essendo un’opera prima non sembra essere affatto l’opera di un principiante.

La storia d’amore tra i giovanissimi Neil Klugman, che viene dalla periferia povera di Newark e la bella e ricca Brenda Patimkin dei quartieri altolocati di Short Hills è una storia d’amore non comune. Se i due riescono, nonostante le differenze sociali ed i velati pregiudizi della famiglia di lei,  ad incontrarsi ed ad instaurare una profonda e passionale relazione, si deve anche e soprattutto al fatto che sono entrambi ebrei. La differenza di censo è insomma mitigata dalla loro comune confessione religiosa.

Il libro è pieno di pagine memorabili, tra queste la disperazione d’amore di Neil, impiegato in una biblioteca pubblica,  è secondo me da antologia:

“Vediamo, che altro feci? Mangiare, dormire, andare al cinema, mandare libri squinternati alla legatoria … Feci tutto ciò che avevo fatto prima, ma ora ogni attività era come circondata da un recinto, esisteva isolatamente, e la mia vita consisteva nel saltare da un recinto all’altro. Non c’era un filo conduttore, perché Brenda era stata proprio questo.”

Il racconto è pervaso inoltre da un forte senso dell’umorismo, si ride spesso e con gusto. Al matrimonio del fratello Brenda risponde così ad una delle commensali che le chiede con invadenza come aveva trascorso l’estate:

“Mi sono fatta crescere un pene”

Ma Goodbye, Columbus è anche il romanzo sulla compassione e sull’autoinganno. Facile convincersi che quello sia l’amore della vita, che tutto andrà per il meglio quando la passione è così forte ed i sentimenti così veri – ma saranno davvero così veri? si interroga ad un certo punto Neil  –  e poi voltarsi dall’altra parte quando le cose sembrano presagire il peggio.

Perché, come dice Wittgenstein : “Non c’è niente che non sia più difficile quanto il non ingannare se stessi”.

Seguendo l’originaria pubblicazione in volume, nell’edizione italiana dell’Einaudi, il romanzo è accompagnato da cinque racconti, tutti molto divertenti, ognuno dei quali meriterebbe un discorso a parte.

Sono nato negli anni 60. Non essendo ancora stati inventati i videogiochi ed i telefoni cellulari e dal momento che la Tv aveva solo un canale e con una limitata offerta di spettacoli, l’unico modo per combattere la noia è stata la lettura. Già, dimenticavo, nessuno mi chiamava per giocare a pallone perché ero troppo scarso. Il primo libro che ho letto e di cui abbia memoria è stato “Le avventure di Tom Sawyer” di Mark Twain. Da quel giorno l’avrò riletto circa 18 volte. Sono poi diventato un lettore ossessivo compulsivo. Le ultime pagine di un libro che mi appassiona, o che mi lascia indifferente, (perché esistono anche quelli), sono sempre accompagnate da un unico pensiero: cosa leggerò dopo? Preferisco gli autori di lingua inglese del novecento, americani ed inglesi in particolar modo. La morte di D.F. Wallace mi ha colpito come un tifoso della Juventus è stato colpito dalla morte di Gaetano Scirea. Ora vi lascio, c’è un capitolo di un nuovo romanzo che ho lasciato a metà.

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