Follie di Brooklyn

auster

“Dove vorresti vivere?”. Siamo così abituati a questa domanda che non ci facciamo più caso. Eppure la risposta e’ lì in tasca, già bella e pronta, ed ognuno ha la sua.

E anche se le risposte vanno dalla classica ”amaca in riva al mare” o alla “baita di montagna lontano da tutto e da tutti”, più spesso di quanto noi non crediamo aspiriamo ad un luogo legato alla nostra infanzia.
Ma Nathan Glass, il protagonista di “Follie di Brooklyn” di Paul Auster , sceglie il posto per morire.
C’è forse differenza?
E sceglie Brooklyn. L’aveva lasciata all’età di tre anni per vivere a poche decine di chilometri lontano e non farvi più ritorno se non dopo una matrimonio fallito ed una brutta malattia alle spalle.
E tutto questo alla soglia dei sessant’anni.
Ma la vita ha deciso in maniera sorprendente, ed ha deciso per lui.
Si ritrova, quindi, a vivere quel quartiere di New York come l’abitante di un qualsiasi luogo del mondo. Un abitante la cui vita è scandita da incontri fortuiti e dalla condivisione del destino degli altri. Che siano poi amici o familiari, poco importa.
Auster supera se stesso nella cura dell’intreccio e nell’infondere umanità a personaggi rendendoci quella terza dimensione che manca a tanti suoi contemporanei. A volte ed in passato mi sono chiesto dove risiede quell’abilità nello scrivere storie con un talento che solo certi narratori hanno.
La risposta ce la regala lo stesso Auster:
Le storie succedono solo a chi sa raccontarle, e le esperienze si presentano solo a chi è capace di viverle

Follie di Brooklyn“, Paul Auster, Giulio Einaudi editore, 2005

Sono nato negli anni 60. Non essendo ancora stati inventati i videogiochi ed i telefoni cellulari e dal momento che la Tv aveva solo un canale e con una limitata offerta di spettacoli, l’unico modo per combattere la noia è stata la lettura. Già, dimenticavo, nessuno mi chiamava per giocare a pallone perché ero troppo scarso. Il primo libro che ho letto e di cui abbia memoria è stato “Le avventure di Tom Sawyer” di Mark Twain. Da quel giorno l’avrò riletto circa 18 volte. Sono poi diventato un lettore ossessivo compulsivo. Le ultime pagine di un libro che mi appassiona, o che mi lascia indifferente, (perché esistono anche quelli), sono sempre accompagnate da un unico pensiero: cosa leggerò dopo? Preferisco gli autori di lingua inglese del novecento, americani ed inglesi in particolar modo. La morte di D.F. Wallace mi ha colpito come un tifoso della Juventus è stato colpito dalla morte di Gaetano Scirea. Ora vi lascio, c’è un capitolo di un nuovo romanzo che ho lasciato a metà.

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