August: Osage County

Nessun posto è bello come casa mia“.

Se Doroty Gale avesse conosciuto i Weston, probabilmente non avrebbe mai pronunciato questa frase. Tutte le famiglie hanno almeno uno scheletro nell’armadio, ma quello che viene a galla nella contea di Osage, in Oklahoma, in un torrido agosto come tanti, è un cadavere vero e proprio, che trascina con sé rancori e frustrazioni sommerse.

Una delle ultime volte che ho parlato con mio padre, stavamo discutendo di… non lo so, delle condizioni del mondo o roba del genere… e lui ha detto: «Sai, questo Paese è sempre stato un gran bordello ma almeno offriva speranza. Ora è solo un cesso». Adesso mi viene da pensare che forse si riferisse a qualcos’altro, a qualcosa di più preciso, di più personale… a questa casa? A questa famiglia? Al suo matrimonio? A se stesso? Non lo so. Ma c’era una tristezza nella sua voce – oppure no, non una tristezza, lui aveva sempre un’aria triste -un senso di disperazione più profonda. Come se fosse già successo. Come se qualsiasi cosa stesse scomparendo. Come se fosse troppo tardi. Come se fosse già finita. E nessuno se ne fosso accorto. Questo Paese, quest’esperimento, l’America, quest’arroganza: che pena, se nessuno l’ha visto sparire. Oggi c’è, domani non c’è più. (Pausa) La dissoluzione è in realtà molto peggio di un cataclisma“.

Agosto, foto di famiglia (titolo originale August: Osage County), in Italia edita nella collana BUR contemporanea di Rizzoli, è la pièce teatrale con cui il drammaturgo e attore Tracy Letts ha vinto il Premio Pulitzer ed il Tony Award alla migliore opera teatrale. Un dramma familiare, scatenato dall’improvvisa scomparsa di Beverly Weston, che ruota intorno alle vite di Barbara, Ivy e Karen, le figlie che Bev ha avuto da Violet, una donna costantemente arrabbiata e malata di cancro. Su questa pièce è basato il film “I segreti di Osage Conty” candidato all’Oscar, ai Golden Globe e ad altri numerosi premi.

Agosto, foto di famiglia è la dimostrazione di come una tragedia possa consumarsi lentamente, tra le sileziose mura domestiche, con l’inconsapevolezza degli stessi diretti interessati. Il dolore, la rabbia, la frustrazione e il rimpianto si annidano nei piccoli gesti che danno forma alla quotidianità, ed il silenzio, come un ragno, tesse le fila di una tela che può condurre solo ad una liberatoria follia.

Sono solita riordinare i pensieri tra gli scaffali di una libreria. Venero il “Dio” Gutenberg, sono devota a monsieur Kindle, e sono pronta ad abbracciare qualsiasi nuovo credo riesca a proiettarmi in una realtà fatta di parole e immagini da raccontare. Qualora rischiassi di dimenticarlo, la foto di una barca mi ricorda che “La educación es libertad”. Quoto Pennac e penso che tacere, a volte, oltre ad essere un diritto sia un dovere. Da grande voglio essere una Haijin. Ecco il mio haiku: sono seduta/ invoco lo scapezzo/ mannaggia mondo

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