… e poi il buio. #2

...e poi il buio#2

Il primo periodo lontano da lei cercai di passarlo nel modo più sereno possibile. Rifiutavo la chiara e riflettente felicità per una ben più modesta e pesta serenità. Avevo affittato una casa su una scogliera, la stessa casa che Laura ed io vedevamo di passaggio nelle nostre attraversate vacanziere; la stessa identica casa che ci faceva emozionare. Facendoci discutere sulla possibilità o il desiderio di abitarla; o se già lo fosse stata ci faceva fantasticare su chi potesse farlo. Era la casa dei nostri sogni e delle nostra intime curiosità. Ma adesso era tutto diverso ed allo stesso tempo tutto uguale. Volevo allontanarmi da Laura, dimenticarmi del sorriso del nostro bambino, lo volevo, ne ero certo, ma forse inconsciamente desideravo che tutto potesse tornare meglio di prima. Volevo trasferirmi a vivere dentro quel nostro caro “indizio” edificato sul mare, per essere ritrovato un giorno nei ricordi migliori di Laura. La casa era grande, a più piani, e gettava il suo sguardo a capofitto sulle onde in moto continuo. Era isolata quanto basta per poter godere della lontananza civile della città. Nessun segnale o messaggio poteva raggiungerla. La strada costiera principale distava poche centinaia di metri dall’abitazione, ma questo non preoccupava la mia serenità, sapendo della sua scarsa percorrenza, soprattutto nella stagione invernale che stava per iniziare. All’inizio passai le giornate affacciandomi dalla balaustra del patio, dalla quale il mare si poteva raggiungere con lo sguardo e con il cuore. Il primo periodo lo passai su quella veranda semplicemente osservandone il lento e costante suo eterno fluire, facendo viaggiare l’oscura malinconia lontano, adagiandola sul moto contrario delle onde, spingendola a largo soffiandole contro del vento opposto. Stetti meglio. Il mare assecondava il mio pensiero ed io, attraverso di esso, potevo canalizzare e sciogliere i pesanti detriti del mio dolore.

Avevo organizzato una dispensa per non dovermi presentare spesso in paese. Cercavo la mia serenità escludendo gli altri. Non riuscivo a volere informazioni di una realtà che vivesse al di fuori da me stesso, una società ancora troppo in vita per un uomo che voleva solo ascoltare i propri pensieri. Avevo tolto il televisore dal mobilio della casa, disfacendomene alla svelta nella discarica del paese. Avevo spento il cellulare e con esso tutte le informazioni del mondo. Uscivo poco, anzi pochissimo, ma sentivo di stare meglio; l’isolamento e soprattutto il mare erano il giusto balsamo per un’anima toccata come la mia. Una mattina, mentre lasciavo che i miei pensieri affogassero nel suo lontano orizzonte, feci una felice conoscenza. Dal limite estremo della scogliera vidi avanzare a passi veloci un cane, proprio nella mia direzione, proprio sotto la mia veranda. Un cane bagnato dalla lenta pioggia invernale, si presentò leccandomi in viso. Pensai fosse un sorprendente regalo, il conforto giusto proveniente da chissà dove. Il dono, alla lunga meritato, per rincuorare un uomo solo.

Non volevo che nessun input visivo, cerebrale, informatico interferisse tra me, il mare e quel cane di nessuno, che ora avevo preso in affidamento. Non aveva collare, non aveva padrone, era stato per me il segno della redenzione senza alcun mittente.

Ho amato quel cane. Continuerei ad amarlo ancora adesso, se solo avessi nuovamente l’onere e l’onore di riuscire ad amare di nuovo. Adesso non posso più. Dove abito ora l’amore ci comprende entrambi, ci comprende tutti, sia me che il cane, sia Laura che nostro figlio. Ormai siamo fuori dalla rete umana, ma nonostante questo ci ritroviamo sempre in un piccolo sacco uterino di rete e nodi interconnessi dal fondo illimitato. Forse solo ora sto capendo, vivendolo veramente, il bisogno che avevo nel togliere quel nodo di utenza al mondo esterno. Nessun contatto, solo dolce, infinito e puro oblio.

Continua nei prossimi post.

Racconto lungo di genere horror tratto da una futura raccolta (in fase di scrittura) dal titolo Vecchio Cinema Inferno.

Sono nato dall'affluenza di diverse correnti acquatiche, da fiumi freddi provenienti dal Nord e dall'Est europeo, discesi e riversati in pozzanghere calde e stantie del centro Italia. Ho provato a radicare invano ma ovunque passassi dal mio fusto germogliavano vecchie spine, troppo ingombranti ed appuntite per muoversi dolcemente su terreni vergini. Ho cercato di restituire decoro al telo bianco, caricandolo di colori di luce, ritrovandomi poi in sella a fragili parole di burro. Sono spesso inciampato in bicchieri di vino rosso leggendo libri coraggiosi, stemperando la mia curiosità in pagine nascoste al sole. Ho provato a capire l'incedere del mare dimenticandomi che avrei potuto capirlo solo se avessi ascoltato quell'unico avviso, un regalo silente proveniente dal basso come un ammonimento per corsari: "Purché tu sappia che la superficie del mare non è il mare" (S.Agosti).

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