… e poi il buio. #3

fioridifuoco

La vera prima prova l’affrontai successivamente, quando dovetti presentarmi in paese per rifornire la mia dispensa e comprare da mangiare al mio nuovo amico. Ero stato lontano dal mondo per sole alcune settimane, ma queste avevano contribuito ad accentuare la mia nostalgica misantropia. Ricordo che essendomi abituato al silenzio delle onde del mare, potevo sentire ben distintamente i rumori delle persone, mentre in macchina percorrevo la strada principale del piccolo paese. Potevo sentire con facilità la discussione di un uomo che camminando parlava da solo con il suo auricolare, a soli dieci metri di distanza da me. O il saluto di due donne anziane sugli usci delle loro case. Riuscendo a sentirne chiaramente i loro quotidiani discorsi ed i loro riverenti saluti. Abituato com’ero al silenzio tutto aveva più voce di prima. Comprai quello che potevo fuggendo da un negozio all’altro. Veloce e spietato come mai ero stato prima di allora. Ma il panico mi assalì quando fui costretto ad andare al grande e nuovo centro commerciale sulla strada litoranea, vanto di tutto il paese, per comprare il cibo al mio compagno di sventure. Vidi molte macchine nel parcheggio e pensai che dovessero esserci altrettante persone al suo interno. Non ce l’avrei fatta. La gente ti tocca anche se non ti considera. I loro sguardi sono pesanti anche se non si soffermano. Cercavo di dosare sapientemente coraggio ed ardore mentre di fronte a me si ergeva un rettangolo bianco, formato da altri piccoli rettangoli costruiti uno sopra all’altro, una matriosca di false esigenze, un grande modulo composto da altri piccoli moduli simili a quello che li conteneva, tutti rumorosi ed illuminanti. Una cassa di risonanza di tanti piccoli e fasulli bisogni, racchiusi in una moltitudine di schermi televisivi ed altoparlanti urlanti. Perché la fiera del faceto doveva contenere il mangime del mio cane, mi chiedevo. Parcheggiai infine la macchina al limite estremo del colosso e scendendo fui attento nello schivare di almeno una fiancata l’avanzare delle persone che entravano ed uscivano dal gigantesco involucro che le conteneva. Fui allo stesso modo veloce e spietato. Controllai dapprima la mappa del gigante e poi mi diressi precisamente al piano superiore, dove entrai nel negozio che cercavo. Uno scambio da poco. Soldi in cambio di cibo per cani. Non alzai mai lo sguardo sull’anziano commesso nonostante sentissi che con il suo, egli mi violentava. Uscii di fretta, ma inavvertitamente urtai una giovane ragazza con il capo piegato sul proprio smartphone, non si accorse di niente, neanche dell’urto, proseguendo decisa in un luogo non osservato, a testa bassa verso la sua metà non identificata. Lo scontro mi fece voltare le spalle. Rinvenni dallo spavento, quindi proseguii dritto. Mi accorsi di avere sbagliato direzione passando di fronte al negozio di elettronica, davanti al quale non ero sicuramente passato entrando. Il negozio esponeva in bella vista dei magnifici e gagliardi schermi ultrasottili, sui quali tanti faccioni uguali ma di diversa grandezza e contrasto formavano una parete di teste parlanti, una giungla informativa di volti uguali. Era il telegiornale del giorno. Mi bloccai pietrificato da quello che stavano trasmettendo. Mi cadde il pesante sacco di mangime dalle mani. Non potevo credere ai miei occhi. Il giornalista aveva mandato un servizio, ed in questo riconoscevo una donna, la mia donna, la mia Laura, camminare sola e spaesata in una piazza molto affollata. Le telecamere di sorveglianza la seguivano mentre vagava tra la folla. Mi sembrava più risoluta e disperata di come l’avevo lasciata poche settimane prima. Sentivo che stava per succedere qualcosa di terrificante. Il servizio mostrava delle immagini della notte di Capodanno di qualche sera prima. Lo stesso giorno, dopo due anni esatti, dalla morte del nostro figlio in quel tragico incidente. Io avevo perso totalmente il senso del tempo vivendo da due settimane in quella casa, tanto ero isolato da non arrivare ad essere raggiunto neanche dai colori dei fuochi umani dell’ultima notte dell’anno. Devo spiegarmi meglio, mi devo aprire senza il timore di ricordare. Precisamente due anni e due giorni addietro, il nostro piccolo bambino perse la vita mentre festeggiava l’ultima notte dell’anno con me e Laura. Un fuoco d’artificio venne sparato nella direzione sbagliata, un piccolo, colorato e spietato razzo venne diretto in terra da un terrazzo, giù tra la folla anziché in più alti cieli, anziché lontano dalla nostra felicità. Venne colpito in un occhio e s’illuminò di incandescenze variopinte. Blu, verde, giallo, porpora. I colori furono più intensi di tutti quelli che in quell’istante il cielo illuminato poteva contenere: dannato fosforo colorato! Fu un meraviglioso spettacolo pirotecnico, terrificante, a solo un metro da terra. In quel preciso momento, davanti a quei televisori ipnotici, stavo rivivendo lo shock di allora, pronto al peggio che di lì a poco sarebbe venuto. La mia donna nel video si fermava poco prima della mezzanotte tra la gente che, spumante alla mano, iniziava il conto alla rovescia per il nuovo anno. Sembrava l’unica persona veramente infelice in quella piazza. Tutti sorridevano, lei no. Tutti stavano con qualcuno, chi mano nella mano, chi abbracciato, in quelle stesse identiche pose proprie del sentimento condiviso, nello stesso modo in cui eravamo stati noi in quella stessa notte di tanti anni fa; ma lei adesso era sola ed io ero lontano e come aggravante ero in ritardo di due giorni. Potevo solo osservarla dentro un televisore immerso in una giungla di sue gigantografie.

Solo, distante ed in ritardo, attraverso dei televisori che avevo rifiutato. Finché il conto alla rovescia giunse al termine, allora tutti fecero esplodere lo champagne, i fuochi illuminarono il cielo, la città fu coperta da colori sgargianti, la felicità del nuovo anno si espanse tra la folla, e mia moglie si esplose un colpo alla testa. Qualcosa di vecchio era stato buttato. Inizialmente non se ne accorse nessuno. Nell’immagine non era cambiato nulla, fosse solo per il fatto che il suo posto nell’immagine precedente, composta da una sagoma di pixel infelici riempiti da una donna senza alcun futuro, ora non era occupato più da nessuno. Un’immensa chiazza di felicità circostante esultava festante, ignara di quell’alone vuoto di assenza che rimarcava la completa grandezza del nuovo anno. Un piccolo vuoto tra le spalle di altre persone. Solo dopo che qualcuno festeggiando la calpestò, accorgendosi della sua presenza a terra, e qualcun altro battezzò il nuovo anno scivolando sul suo sangue, le persone capirono e si fecero largo chiamando l’ambulanza. Ma era troppo tardi ed io ero troppo lontano. L’immagine tornò in studio. Il giornalista fu pronto a dare la pubblicità. “Find the Light”, ancora lei, precisa e costante come un metronomo del mio oblio, ancora quel rifiuto, ancora quel disgusto. Ripresi il sacco e non dissi nulla. Mi accorsi di non riuscire a chiudere gli occhi. Li tenevo sbarrati. Li avevo vuoti. Non li comandavo più, e rimasero così per tutto il viaggio di ritorno.

Continua nei prossimi post.

Racconto lungo di genere horror tratto da una futura raccolta (in fase di scrittura) dal titolo Vecchio Cinema Inferno.

Sono nato dall'affluenza di diverse correnti acquatiche, da fiumi freddi provenienti dal Nord e dall'Est europeo, discesi e riversati in pozzanghere calde e stantie del centro Italia. Ho provato a radicare invano ma ovunque passassi dal mio fusto germogliavano vecchie spine, troppo ingombranti ed appuntite per muoversi dolcemente su terreni vergini. Ho cercato di restituire decoro al telo bianco, caricandolo di colori di luce, ritrovandomi poi in sella a fragili parole di burro. Sono spesso inciampato in bicchieri di vino rosso leggendo libri coraggiosi, stemperando la mia curiosità in pagine nascoste al sole. Ho provato a capire l'incedere del mare dimenticandomi che avrei potuto capirlo solo se avessi ascoltato quell'unico avviso, un regalo silente proveniente dal basso come un ammonimento per corsari: "Purché tu sappia che la superficie del mare non è il mare" (S.Agosti).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*