… e poi il buio. #4

mezza luna...e poi il buio.

Mentre tornavo a casa pensai al funerale della mia Laura, arrabbiandomi del mio mancato contributo, mi imbestialiva il fatto che le sorelle non mi avessero neanche contattato, ma d’altronde ero stato io a scollegarmi dal mondo degli altri. Intanto i miei occhi ancora non si chiusero, non palpeggiavano nemmeno, rimasero spalancati per tutto il tragitto. Appena giunto nella casa dei nostri defunti sogni mi accorsi che il mio cane, che spesso e giornalmente arrivava a leccarmi il palmo della mano, non c’era. Mi colpì la sua mancanza, ma tanto era stato lo shock precedente che abbandonai l’idea di cercarlo. Entrai in casa ed era sempre più buio. Solitamente accendevo solo la luce di una stanza, quella del salotto, per il resto della casa lasciavo che regnasse l’oscurità. Riuscivo a muovermi nei suoi meandri aiutato dalla luce di deboli candele colorate. La prima cosa che feci fu prenderne una ed accenderla anche nel salotto, non so perché lo feci, ma presi una scala e tolsi anche l’ultima fonte di luce elettrica, l’unico conforto luminoso della mia esistenza. Intanto i miei occhi ancora non si chiusero. Neanche l’oscurità poteva facilitare il riposo delle mie orbite oculari, loro restarono aperte anche se non serviva. D’altronde il buio è sempre uguale a se stesso, che gli occhi rimangano aperti o chiusi. Tanto l’oscurità li sfidava che loro volevano riuscire a vedere anche se non potevano farlo. Volevano abituarsi alla cecità per sconfiggerla e poter progredire verso un nuovo stadio animale o vegetale, nel quale non serviva nessuna luce artificiale, nessuna luce umana, volevano riuscire a vedere anche nell’ombra più assoluta. Quella notte non dormii, rimasi sul letto a guardare il soffitto marcio della camera. Sentivo il vento ed il mare che si facevano grossi assieme, urlandosi addosso colpe mai espiate. Ululavano il mio stato d’animo alle mie acute orecchie, avvicinandosi, calpestandosi, spintonandosi entrambi per prepararsi ad una tempesta. Verso mezzanotte osservai lentamente il marciume sopra il letto espandersi, la muffa prendeva sempre più spazio nell’intonaco ed in me saliva un lento malessere. Se nelle ore precedenti ero stato come anestetizzato al dolore, come se la terribile visione avesse anestetizzato l’acuirsi del malessere fisico, adesso tornava il dolore nascosto e sopito. Qualcosa in me si stava aprendo, il buio che intorno a me regnava, facilitava la germinazione di dolori fisici, prima alle gambe, poi alle braccia. La macchia sul soffitto si espanse tanto quanto l’allargarsi del fastidio. La muffa era lì, ad un metro e mezzo da me, oppure ne ero io stesso avvolto? Quel soffitto erano le mie gambe e le mie braccia che molto lentamente venivano invase da una cancrena di muffa e sporcizia maleodorante. Erano il mio cuore deviato che veniva meno ed anziché spegnersi, si espandeva in una putredine cardiovascolare, uscendomi dal petto e salendo fin sul soffitto, stagnando nelle mie peggiori aspettative. Mi alzai. Stetti in piedi per miracolo. Provai a fare qualche passo verso il bagno. I miei occhi ancora aperti bruciavano ma, nonostante questo piccolo nascente fastidio, si erano abituati al poco buio attorno. Non accesi nessuna candela nel tragitto tra la stanza ed il bagno, sapevo dov’era e potevo vedere bene adesso. Chiusi la porta dietro di me e mi guardai allo specchio. Una visione di terribile inesistenza mi si palesò davanti nel mancato riflesso del mio viso. Nel buio del bagno io ero solo un’ombra più densa delle altre, i lineamenti di ciò che ero stato una volta erano scomparsi, vidi solo due occhi lucidi e vivi, due bottoni abbaglianti all’interno di un ovale più scuro della tenebra che li circondava. Di riflesso accesi la luce, ma ricordai di averla tolta, di averle tolte tutte. Un prurito alla base della schiena fece in modo che io allungai la mano per dargli sollievo, ma le mie mani trovarono un filamento crescente da un grasso foruncolo. Un pistillo elastico pruriginava incessantemente. Cosa mi stava accadendo? Ero io che immaginavo tutto, oppure la realtà era più reale del sogno stesso? Strappai il piccolo filamento che usciva dalla pustola sulla mia schiena. Nella mano insanguinata scorsi il peduncolo di una pianta, con due piccole foglioline a sostegno di un bocciolo. Il mio corpo era ormai terriccio, il buio e l’umidità avevano contribuito a far nascere in me vecchi fiori nascosti. L’isolamento informativo forzato aveva sciolto un nodo, ed io stavo evolvendo. Un rumore improvviso di respiro ansimante si stese su tutta la casa, le pareti si gonfiavano come polmoni escrescenti, il corridoio respirava ed io sentivo di appartenere al suo respiro. Sentivo che i miei polmoni esistevano al di fuori della mia cassa toracica, erano usciti dalla gabbia di costole che li imprigionava ed ora erano liberi nella casa. Respiravano tra le intercapedini, respiravano sopra le pareti, dietro tutti i quadri, sul pavimento, li sentivo respirare in cantina ed in soffitta, respiravano nelle finestre, respiravano nelle scale ma, nonostante avessi piene capacità d’intenderne le fonti, percepivo che nessun respiro, benché fossi conscio che ero io a comandarli, proveniva dai miei esiliati polmoni. Tutto palpitava e rumoreggiava affannosamente dentro e fuori da me. Tutto tranne me. Fu allora che svenni.

 

Continua nei prossimi post.

Racconto lungo di genere horror tratto da una futura raccolta (in fase di scrittura) dal titolo Vecchio Cinema Inferno.

Sono nato dall'affluenza di diverse correnti acquatiche, da fiumi freddi provenienti dal Nord e dall'Est europeo, discesi e riversati in pozzanghere calde e stantie del centro Italia. Ho provato a radicare invano ma ovunque passassi dal mio fusto germogliavano vecchie spine, troppo ingombranti ed appuntite per muoversi dolcemente su terreni vergini. Ho cercato di restituire decoro al telo bianco, caricandolo di colori di luce, ritrovandomi poi in sella a fragili parole di burro. Sono spesso inciampato in bicchieri di vino rosso leggendo libri coraggiosi, stemperando la mia curiosità in pagine nascoste al sole. Ho provato a capire l'incedere del mare dimenticandomi che avrei potuto capirlo solo se avessi ascoltato quell'unico avviso, un regalo silente proveniente dal basso come un ammonimento per corsari: "Purché tu sappia che la superficie del mare non è il mare" (S.Agosti).

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