In difesa del racconto.

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Vorrei sfatare un luogo comune a proposito della forma-racconto: il racconto è una forma d’arte specifica le cui differenze con il romanzo non saranno mai approfondite abbastanza.
E anche se tanti autori si sono cimentati con questa forma di scrittura all’inizio della loro carriera, spesso sono passati al romanzo, forma più appagante da un punto di vista professionale e sicuramente più remunerativa.
Eppure da Anton Chechov a Raymond Carver, abbiamo grandi dimostrazioni che quest’arte può raggiungere livelli eccelsi.
Ma preferiamo il romanzo, lo sviluppo della storia, i colpi di scena e l’approfondimento dei personaggi con i quali, attraverso un processo di identificazione, proviamo spesso un forte senso di empatia. Del resto il nostro gradimento di una storia qualsiasi, che sia quella di un film o di un romanzo, è dato da quanto ci sentiamo vicini al sentire dei protagonisti o quanto la storia sia prossima o in qualche modo collegata al nostro personale vissuto. L’uomo, in fondo, è un animale egoista, narcisista, egocentrico, se non può essere al centro dell’attenzione deve almeno avere la possibilità di ammirarsi ad uno specchio ed è difficile che questo possa accadere quando una storia non è stata ampiamente sviluppata.
Ma una buona storia non ha bisogno di includere la vita intera di un personaggio per diventare interessante. Bastano poche righe per caratterizzare il protagonista e renderlo unico ed indimenticabile. Ovviamente se lo scrittore è Carver o Chechov è tutto più facile.
Ed il mondo del racconto, anche da un punto di vista editoriale, è completamente differente da quello del romanzo. Ed in Europa non ha la stessa fortuna che ha avuto e continua ad avere oltreoceano.
Proviamo a capirne i motivi.
Una brevissima raccolta di racconti di Zadie Smith dal titolo “Martha and Hanwell”, Penguin Books, 2005, è preceduta da un’introduzione nella quale l’autrice analizza con attenzione la fortuna del racconto negli Stati Uniti.
L’autrice comincia con l’affermare che l’America è una grande posto per il racconto, lì è preso molto seriamente, sono conferiti premi, ci sono dei veri e propri corsi di scrittura dedicati esclusivamente al racconto, le raccolte diventano spesso best-seller e gli studenti americani si dedicano allo studio ed alla produzione di questa forma d’arte anche con corsi post-laurea. Ma la differenza con il nostro continente non è affatto culturale, si tratta semplicemente di una questione di soldi. Agli scrittori europei non viene data questa possibilità , così che questi raramente impiegano tempo e sforzi nello scrivere racconti. “Dopo tutto non ha molto senso passare sei mesi su di una breve storia quando il riconoscimento è raramente retribuito”. “In America, dove la questione economica è completamente diversa il racconto breve non è il posto dove si rifugiano i dilettanti o i romanzieri falliti, ma piuttosto diventa il luogo per una serie ricerca a parte e comunque molto competitiva”.
Leggendo occasionalmente il New Yorker, ad esempio, ho cominciato anche io a comprendere quanto lo standard dei racconti pubblicati su questa rivista fosse elevato. Non sono, per usare ancora le parole della Smith, “romanzi compressi, o scarti di romanzi che non verranno più usati, ma piuttosto meravigliose strutture indipendenti, in mezzo alle quali passeggiare lentamente e da ammirare, le cui forme saranno ricordate settimane dopo”, (perdonatemi, non sono un traduttore di professione, spero solo di avere conservato il senso delle frasi che qui riporto). Non mi sembra comunque un caso che il racconto abbia successo in un paese dove la cultura pop è così diffusa ma, mi voglio ripetere, anche in questi caso solo ed unicamente per una questione puramente economica.
In effetti chi meglio del pendolare può incarnare la figura del tipico fruitore del racconto? E non uno qualsiasi, ma colui che comodamente seduto ha la possibilità di dedicare pochi minuti a se stesso nel tragitto casa-lavoro-casa, senza lo stress di attendere con spasmodica attenzione il cambio o l’arrivo a destinazione (chi è stato sui treni dell’americana Amtrak o nella metropolitana di New York lo può testimoniare).
Ma c’è ancora qualcosa in più che il racconto ha rispetto al romanzo: il personaggio vive di vita propria, ben oltre le pagine che brevemente lo descrivono, come se la sua esistenza andasse al di là della parola fine. In qualche modo, dopo avere terminato la lettura, con la nostra fantasia ci piacerebbe inseguirlo, incontrarlo o comunque continuare a seguire le sue vicissitudini.
E sono così convinto di questa affermazione, (che riprendo, con una mia interpretazione, dalla lettura di un’intervista a Raymond Carver) che arrivo a dire che se potessi diventare il personaggio di una finzione narrativa, al romanzo di avventure o al film da premio Oscar preferirei essere il protagonista di un racconto.
Diventando, in questo modo, un personaggio immortale.

Sono nato negli anni 60. Non essendo ancora stati inventati i videogiochi ed i telefoni cellulari e dal momento che la Tv aveva solo un canale e con una limitata offerta di spettacoli, l’unico modo per combattere la noia è stata la lettura. Già, dimenticavo, nessuno mi chiamava per giocare a pallone perché ero troppo scarso. Il primo libro che ho letto e di cui abbia memoria è stato “Le avventure di Tom Sawyer” di Mark Twain. Da quel giorno l’avrò riletto circa 18 volte. Sono poi diventato un lettore ossessivo compulsivo. Le ultime pagine di un libro che mi appassiona, o che mi lascia indifferente, (perché esistono anche quelli), sono sempre accompagnate da un unico pensiero: cosa leggerò dopo? Preferisco gli autori di lingua inglese del novecento, americani ed inglesi in particolar modo. La morte di D.F. Wallace mi ha colpito come un tifoso della Juventus è stato colpito dalla morte di Gaetano Scirea. Ora vi lascio, c’è un capitolo di un nuovo romanzo che ho lasciato a metà.

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