… e poi il buio. #5

... e poi il buio #5

La mattina seguente, mi svegliò un sottile raggio di luce che era riuscito ad oltrepassare lo sbarramento delle serrande chiuse. Un’indecenza per il mio stato notturno e febbrile. Mi infastidì a tal punto che chiusi immediatamente le tende impedendo, anche solo per un attimo, a quel miserabile fascio luminoso di darmi il risveglio. Stranamente, non pensai a cosa avevo affrontato la notte precedente. Nascosi il mio delirio nel sogno, lontano da me, celandomi dietro una barricata costruita, sapientemente e razionalmente, per arginare lo spaesamento dovuto allo shock della consapevolezza dell’avvenuta morte della mia Laura. Infatti quello lo ricordavo, fin troppo bene, lei era morta, nel mezzo della piazza.

 

Un bruciore sorgeva dietro la mia schiena, passai velocemente una mano sul punto orticante, notai un foruncolo, nient’altro che un semplice foruncolo che nella notte avevo incautamente grattato con troppa foga. Ne notai altri sparsi su tutta la schiena, ma non mi preoccupai più di tanto, mi ero svegliato stanco e non volevo farmi troppe domande.

 

L’unica cosa che certamente sapevo era che volevo andare fino in fondo. Non volevo più nascondermi dietro ad utilità costruite per soggiogare la vera natura degli uomini. Non volevo ricercare la luce e consegnarmi nelle mani di quella gigantografia che imperava su quel dannato cartellone. Non volevo che nessun rifornimento umano arrivasse fino a me. Volevo tornare agli albori del progresso. Volevo liberarmi di tutti e restare solo. Da tempo le informazioni non mi giungevano più, il calore disumanizzante della caldaia lo cacciai definitivamente lontano, spegnendola; l’energia elettrica la rifiutai come pestilenziale anatema, rimasi io ed un tetto sulla testa edificato da un uomo che non avevo mai conosciuto, un uomo come me, con un mare pesto ed arrabbiato di fronte a ricordarci entrambi di quanto veramente umani fossimo diventati.

 

Avendo fatto a brandelli l’utenza, avendo decimato le mie personali informazioni e quelle degli altri, avendo chiuso il mondo fuori dalla porta di casa, ora non rimanevo che io. Selvaggio e distaccato io. Il progresso non mi apparteneva, non mi sentivo parte integrante di un meccanismo di futili comodità. Non ero stato io a deciderlo, non ero stato io a piegare il mio soverchiante lato istintuale e selvaggio alla briglia della comodità, ma non potevo certo arrivare a distruggerlo, se avessi potuto l’avrei fatto, credetemi, se fosse esistito, anche in capo al mondo, un interruttore dal quale potevo bloccare il progresso l’avrei raggiunto e premuto. Mi sarei preso la responsabilità di far tornare al punto zero l’intera umanità. Ma questo era impossibile, e l’unica cosa che potevo fare era rinunciare a tutto ciò che dal resto del mondo mi proveniva.

 

Tornando a quel giorno, l’antico proverbio dice che il mattino ha l’oro in bocca ma io, nonostante fossi stato svegliato di buon’ora da quella lama di luce, io in bocca avevo solo l’acre sapore della notte. Passai buona parte della mattina e gran parte del pomeriggio sdraiato sul letto, nel buio a guardare il soffitto sempre più marcio. Non pensavo a niente, guardavo il lento ed inesorabile espandersi di ciò che stavo diventando. Solo alcuni colpi di martello, lontani ed indistinti dal fragoroso rumore del mare, cadenzavano il passare dei minuti. Li sentivo provenire oltre il giardino che mi divideva dalla strada antistante. Degli uomini stavano lavorando, e continuarono a farlo dalla mattina al pomeriggio inoltrato. Non avevo il desiderio di andare a controllare chi fosse. Mi mancava il mio cane, in quel momento, tanto quanto mi mancava la mia Laura. Questo stato di protesa nullafacenza terminò con la fine del suono dei lavori. Ascoltai la macchina degli operai che si avviava, poi ascoltai una brusca frenata, un lontano guaito di dolore, qualche parola, uno sportello che si apriva, dei passi indistinti, lo sportello che si richiudeva, ed infine il rumore della macchina che definitivamente si allontanava. Un dolore improvviso nel basso ventre. Un dolore acuto e tremendo, pochi attimi, poi nulla più. Scesi le scale di casa, oramai era pomeriggio inoltrato e fuori regnava sul cielo del mondo il mio intimo amico Notte. Cercai di guardare nella direzione nella quale pensavo provenissero i rumori degli operai, attraverso le tapparelle chiuse. Non riuscii a vedere niente, era troppo buio. Devo dire che quella sera d’inverno il mio amico aveva fatto davvero un buon lavoro, ed io ero troppo lontano per riuscire a guardare oltre il suo regolare mantello notturno. Una differenza però la notai subito, delle miserabili luci, calde come piccoli soli incandescenti, stazionavano a diverse altezze di fronte alla mia casa, nel luogo dove prima non le avevo mai scorte. Mi decisi ad aprire la tapparella di legno. Fu allora che fui invaso dalla luce. Non esiste aggettivo che possa spiegare quale fremito attraversò il mio stato d’animo in quel preciso istante. Davanti a me si palesava ancora quella condanna pubblicitaria. “Find the Light” Un destino infausto voleva che il mio io degenerasse. Sempre quel motto, “Find the Light”. Sul lato esterno della strada gli operai avevano piantano una gigantografia illuminata del cartellone tanto odiato. L’enorme gigante in ombra dal quale nasceva una luce abbagliante era di fronte a me, e mi sfidava oltre il giardino. Più in basso, al lato del grande uomo, scorsi una carcassa. Riconobbi il mio cane. Il guaito che precedentemente avevo sentito era stato il suo ultimo grido di aiuto, che io non seppi riconoscere in tempo per affrettarmi fuori e provare a salvarlo. L’unica cosa che potei fare fu quella di uscire, nella notte, per prenderlo e portarlo in casa. Mentre lo trascinavo il gigante mi guardava. Per il momento lui era il vincitore. Si era preso anche l’ultimo tassello della mia felicità. Posai il cane sul tavolo di legno del soggiorno. Per adesso lui aveva vinto un’altra battaglia, ma gli giurai vendetta, preparandomi alla notte più lunga della mia breve vita.

    

Continua e si conclude nel  prossimo post.

Racconto lungo di genere horror tratto da una futura raccolta (in fase di scrittura) dal titolo Vecchio Cinema Inferno.

Sono nato dall'affluenza di diverse correnti acquatiche, da fiumi freddi provenienti dal Nord e dall'Est europeo, discesi e riversati in pozzanghere calde e stantie del centro Italia. Ho provato a radicare invano ma ovunque passassi dal mio fusto germogliavano vecchie spine, troppo ingombranti ed appuntite per muoversi dolcemente su terreni vergini. Ho cercato di restituire decoro al telo bianco, caricandolo di colori di luce, ritrovandomi poi in sella a fragili parole di burro. Sono spesso inciampato in bicchieri di vino rosso leggendo libri coraggiosi, stemperando la mia curiosità in pagine nascoste al sole. Ho provato a capire l'incedere del mare dimenticandomi che avrei potuto capirlo solo se avessi ascoltato quell'unico avviso, un regalo silente proveniente dal basso come un ammonimento per corsari: "Purché tu sappia che la superficie del mare non è il mare" (S.Agosti).

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