La linea di fondo.

La linea di fondo” di Claudio Grattacaso, Edizioni Nutrimenti, 2014.

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Lo sport come metafora della vita è una invenzione non nuova. Al cinema, in tv, nell’editoria di vario genere, sono anni che assistiamo al proliferare di personaggi legati, inventati e non, al mondo dello sport.

A mio avviso uno dei più bei romanzi che siano stati scritti sullo sport è  “Il migliore” di Bernard Malamud, che racconta il tardivo successo di un talentuoso giocatore di baseball. Ma anche “Il campione” di David Storey, ovvero il rugby come riscatto sociale nell’Inghilterra del nord degli operai della grande industria e dei minatori.

In tempi più recenti Claudio Grattacaso, al suo esordio come scrittore, scrive uno splendido romanzo sulla parabola di un calciatore per raccontare di questa metafora.  Bastano poche righe per comprendere che tutto il racconto è pervaso da un forte senso di malinconia. Il romanzo si svolge su tre diversi piani narrativi : 1974-75, 1987 (con due salti temporali al 1994 ed al 1996), e 2011, che il nostro autore sa intrecciare con maestria da navigato sceneggiatore.

Josè Pagliara, detto Freccia, protagonista de “La linea di fondo”, è a modo suo sia un santo che un eroe, ma anche un uomo che ha fatto del proprio talento la sua ragione di vita, la sua ossessione, dimenticando di vivere al di fuori del rettangolo di gioco. Ma un terribile incidente sul campo da gioco prima, ed il calcio scommesse poi, interrompono sogni di gloria e costringono il protagonista a confrontarsi con se stesso e ad affrontare i nodi irrisolti della propria esistenza.

Del resto quanti di noi cadono in questa trappola? Inseguire le proprie ossessioni pensando che tutto il mondo ci ruoti intorno, voltarsi dall’altra parte o semplicemente chiudersi in se stessi convinti che il nostro io sia il mondo intero? Grattacaso lo spiega così:

“Un gesto abortito, parole lasciate morire in gola, un’occasione mancata. Credere che gli altri siano satelliti che orbitano ossequiosi intorno a noi, e che possiamo disporre di loro come crediamo. Non ammettere i propri errori e non provare a rimediare. Queste sono vere cattiverie, più infide e dolorose di qualsiasi pugnalata.”

Così finalmente Josè, che non è un acuto osservatore delle cose del mondo,  comprende finalmente che, come il Giona della Bibbia, è finalmente venuto il momento di uscire fuori dal ventre della balena.

Sono nato negli anni 60. Non essendo ancora stati inventati i videogiochi ed i telefoni cellulari e dal momento che la Tv aveva solo un canale e con una limitata offerta di spettacoli, l’unico modo per combattere la noia è stata la lettura. Già, dimenticavo, nessuno mi chiamava per giocare a pallone perché ero troppo scarso. Il primo libro che ho letto e di cui abbia memoria è stato “Le avventure di Tom Sawyer” di Mark Twain. Da quel giorno l’avrò riletto circa 18 volte. Sono poi diventato un lettore ossessivo compulsivo. Le ultime pagine di un libro che mi appassiona, o che mi lascia indifferente, (perché esistono anche quelli), sono sempre accompagnate da un unico pensiero: cosa leggerò dopo? Preferisco gli autori di lingua inglese del novecento, americani ed inglesi in particolar modo. La morte di D.F. Wallace mi ha colpito come un tifoso della Juventus è stato colpito dalla morte di Gaetano Scirea. Ora vi lascio, c’è un capitolo di un nuovo romanzo che ho lasciato a metà.

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