Premiata macelleria Bosnia

MaschereperunmassacrodiPaoloRumizIndagare le vere cause del conflitto nell’ex Jugoslavia e spingere il lettore italiano ad una riflessione su eventi vicini, ma scarsamente seguiti e poco o niente indagati dai mezzi d’informazione del Belpaese. Questi gli obiettivi di Paolo Rumiz con il suo Maschere per un massacro – Ed. Feltrinelli, 8 euro-, agile volume che in maniera quasi rapsodica racconta gli anni del conflitto nei Balcani. Scritto quando gli accordi di Dayton congelano la guerra bosniaca, siamo nel 1995, il libro di Rumiz non per questo è meno attuale oggi, dopo che un’altra guerra, quella in Kosovo, sembra aver chiuso il ciclo di scontri che ha caratterizzato il processo di dissoluzione del paese costruito da Tito.

Un processo che in Italia è stato seguito con distacco, salvo che in alcuni momenti in cui più forte era l’onda emotiva generata dai mezzi di comunicazione, quasi che ci si potesse sentire estranei a quanto stava accadendo ad una manciata di chilometri da Trieste. Un disinteresse colpevole, quasi un fastidio, quello della politica italiana, mostratasi nuovamente incapace di agire efficacemente sullo scenario internazionale, anche quando gli eventi si svolgono sulla soglia di casa. Un aspetto, questo, ben evidenziato da Rumiz, tanto più che per il giornalista al “virus” che ha distrutto la Jugoslavia nessun paese può dirsi immune. Tanto più in un momento in cui il vecchio modello di stato nazionale vive una profonda crisi.

Nella sua ricerca delle cause profonde che hanno portato all’esplosione del conflitto jugoslavo Rumiz arriva a ribaltare completamente i modelli interpretativi consolidati, respingendo la motivazione etnico-religiosa quale spiegazione di quanto accaduto. L’odio religioso, la creazione di stati omogenei sotto il profilo etnico sono, per Rumiz, il mezzo non il fine. All’origine della guerra nei Balcani ci sono la volontà dei gruppi dirigenti del morente partito comunista iugoslavo di mantenere le proprie posizioni di potere, la volontà dei clan serbi e croati di mettere le mani sul sistema economico dei paesi nati dalle ceneri della Jugoslavia, una rete di interessi illeciti. Oltre a complessi giochi geopolitici, uniti ad una buona dose di ignavia, dei principali paesi europei.

Riflessioni, quelle di Rumiz, accompagnate da analisi attente ed osservazioni acute, anche se in qualche caso lo sforzo di voler negare ogni motivazione etnica, o ridurne al minimo la portata, conduce ad esiti quasi paradossali. Si arriva così a porre a base di alcuni degli episodi più duri del conflitto la contrapposizione città-campagna (o montagna, nella sua versione più “selvaggia”), il dualismo vecchi residenti-cittadini di recente immigrazione. Con un determinismo quasi lombrosiano. Colpisce, altresì, la visione manichea dell’autore: colpevoli sono serbi e croati, vittime i bosniaci.

La spiegazione di queste rigidità interpretative, apparentemente contraddittorie per un autore che ha a suo merito proprio il mettere in dubbio ogni spiegazione eccessivamente rigida nella sua linearità, è però presto individuata: Rumiz è intellettualmente ed umanamente affascinato dall’idea di una Bosnia intesa come luogo della convivenza, di Sarajevo quale città simbolo della coesistenza e del reciproco arricchimento tra gruppi e tradizioni culturali diverse. Un’idea che pone l’autore in immediata sintonia con i bosniaci, le “vittime” del macello balcanico, aggredite dai serbi, tradite dagli infidi alleati croati ed infine svendute dalla diplomazia internazionale. In quest’ottica anche l’Islam bosniaco diventa poco più che un tocco di colore, tanto che Rumiz rigetta con forza ogni idea di un suo possibile estremismo e radicalismo. A difesa dell’autore, però, bisogna ricordare che quelle pagine furono scritte quando la guerra appena si avviava alla sua conclusione: probabilmente è mancato il tempo per uno sguardo più attento a questi aspetti.

Oggi, invece, a smentire questa visione di un islam bosniaco come quasi uno dei tanti residui del passato ottomano ci sono tante e corpose analisi geopolitiche (un’interessante panoramica sulla questione è su Limes  “I Balcani non sono lontani” dell’aprile 2005) che ne confermano il processo di crescente radicalizzazione. Quanto alla ferocia dei combattenti bosniaci oggi, ad anni di distanza dal conflitto, è evidente che non fu inferiore a quella di serbi e croati.

 Franz Ferdinand scripsit

Un errore della Storia. Questo è Franz Ferdinand. Nato in riva al mare, ma amante delle solitudini alpine; aristocratico in un mondo disegnato su misura per le incolte plebi; accumulatore (e lettore!) di carta stampata fra miriadi di "lettori" di sms e pdf. Dall'innaturale connubio tra locus (terronico) ed animus (asburgico) nasce il monstrum Franz Ferdinand. "Attendere l'Apocalisse in compagnia di un libro e di una tazza di caffé"

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