BeccoGiallo. Fumetti d’impegno civile

Nel vasto panorama dell’editoria indipendente è possibile incontrare delle realtà editoriali che non hanno il timore di infrangere i convenzionali schemi narrativi. Una di queste realtà è rappresentata dalle edizioni BeccoGiallo. Fumetti di impegno civile, che ha scelto di utilizzare il linguaggio del fumetto per approfondire tematiche spesso considerate “scottanti”. A raccontarci il perché di questa scelta, l’editore Guido Ostanel.

Guido Ostanel

Guido Ostanel

Quando nasce BeccoGiallo e perché la scelta di pubblicare fumetti d’impegno civile?

Nel 2005. Per cambiare il Mondo (almeno un pochino!). Provando a prendere in contropiede i giocatori più logori di una filiera editoriale che – vista da una libreria indipendente di una provincia del Nordest – ci sembrava un po’ statica e imbolsita. Pubblicare a fumetti la Strage di Bologna, l’omicidio di Ilaria Alpi in Somalia, la macelleria messicana alla Diaz durante il G8 di Genova avrebbe fatto finalmente gridare allo scandalo saloni e salotti del Libro?”

Negli ultimi anni le vendite di fumetti è graphic novel hanno subito un notevole incremento. In che modo un mercato considerato per lungo tempo di nicchia è riuscito a portare a sé nuovi lettori?

“Dal nostro parziale punto di osservazione, lo ha fatto aprendosi a lettori forti e curiosi ancora a digiuno di proposte disegnate. Frequentatori abituali di librerie di varia, lettori affezionati di riviste e quotidiani, snobbati forse per troppo tempo dal mondo dell’editoria a fumetti”.

Nel corso dell’ultima Fiera di Francoforte, Gian Arturo Ferrari, all’epoca Presidente del Centro per il Libro e la Lettura, ha dichiarato che l’editoria italiana vive ormai un momento di declino, e che mancano le idee, l’immaginazione e l’inventiva. Credete che questa visione sia realistica? Se sì, che strumenti ha un piccolo editore indipendente per non lasciarsi fagocitare da questo declino?

“Forse la filiera editoriale italiana è presidiata dalle stesse persone da un po’ troppo tempo?”

Secondo i recenti dati ISTAT, nel 2013 la quota dei lettori è scesa dal 46% al 43%. In un Paese come il nostro in cui sembra prendere forma un processo involutivo di alfabetizzazione, il fumetto, caratterizzato da un linguaggio semplice, diretto e che attinge al potere dell’immagine, può rappresentare uno strumento per avvicinare la nuova “generazione smartphone” alla lettura?

“Ha le potenzialità per farlo. E forse senza dover per forza rincorrere lo schermo, ma presentandosi per quello che è: “Buongiorno. Io sono un fumetto. Oggi vi racconto una storia.” Pensiamo ai non italiani, pensiamo ai figli degli immigrati. Potrebbe essere un bel punto di partenza per metterci alla prova, no?”

Nell’epoca dei social media quanto è importante incontrare i propri lettori e dare vita a un confronto che vada al di là di uno schermo?

“Per il tipo di lavoro che facciamo noi, tanto. Molti dei nostri libri vengono concepiti e realizzati a stretto contatto con gruppi di interesse, comitati, movimenti, singole persone che hanno a cuore una questione e vogliono affrontarla pubblicamente. L’incontro e lo scambio, in qualunque forma, è dunque parte stessa del processo di lavorazione dei libri. La verifica e il confronto con i lettori, che non mancano, restituiscono poi forme, contenuti ed energie per nuove proposte”.

La migliore “sbornia letteraria” di tutti i tempi?

“Jean-Claude Izzo. Tracannato in Francia, un po’ più a nord di Marsiglia”.

Sono solita riordinare i pensieri tra gli scaffali di una libreria. Venero il “Dio” Gutenberg, sono devota a monsieur Kindle, e sono pronta ad abbracciare qualsiasi nuovo credo riesca a proiettarmi in una realtà fatta di parole e immagini da raccontare. Qualora rischiassi di dimenticarlo, la foto di una barca mi ricorda che “La educación es libertad”. Quoto Pennac e penso che tacere, a volte, oltre ad essere un diritto sia un dovere. Da grande voglio essere una Haijin. Ecco il mio haiku: sono seduta/ invoco lo scapezzo/ mannaggia mondo

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