… e poi il buio. #6

... e poi il buio. 6

Il mio cane ancora sanguinava, bagnando di rosso il legno del vecchio tavolo. Le tapparelle erano aperte, la finestra spalancata, ci sfidavamo noi, il gigante ed io, guardandoci con odio negli occhi, come due duellanti di un vecchio western all’italiana, come Davide e Golia impolverati da antichi rimorsi. Gliel’avrei fatta pagare, me l’ero promesso. Era arrivato fin qui, con la stessa sfacciataggine di un promo ben confezionato (<<Comprami, bambino, Comprami>>), per presentarsi di fronte alla casa di un uomo che tanto lo odiava. Era stato sicuramente lui che aveva mosso gli eventi affinché il mio cane fosse investito dagli operai. Loro non c’entravano niente, loro erano solo i suoi assuefatti servitori su commissione, pagati per installarlo, per portarlo dritto da me. Era diventato la rappresentazione di tutte le mie disgrazie, il motivo ultimo della mia infelicità. L’avevo avuto davanti quando persi l’amore della mia Laura. E da allora mi ha perseguitato in tutti i modi possibili. Attraverso le sue infinite manifestazioni, attraverso i suoi multiformi tentacoli mediali, era riuscito ad aggrapparsi ad ogni spazio pubblicitario buono affinché io potessi vederlo, ed era sempre riuscito a raggiungermi, per sbeffeggiarsi del mio dolore. Egli fu la prima cosa che vidi quando la persi, l’entità che me l’aveva strappata senza rimorsi, senza ripensamenti, che freddamente aveva cancellato il suo amore e spento il riflesso dei suoi occhi nei miei. Con pazienza, odio e sventure era riuscito a fagocitarla. La mia Laura fu invasa dalla malinconia e dal rimorso. Fu lui a togliermela. Come un silente virus subliminale si insinuò nella sua anima. Attraverso la sua enorme figura nera era riuscito ad assorbirle il suo libero arbitrio. L’intensa luce che nasceva dalle sue mani era il fulcro e il mirino della sua subdola arma mortale; quel gigante era diventato il mio carnefice, assorbendo tutta la serenità che mi circondava. Mi chiamava a sé con un trappola a forma di speranza, un messaggio che mi ero convinto immediatamente a non seguire, scegliendo la strada opposta. “Find the Light”, ma quale luce, ditemi, quale? L’ultima luce, l’ultima speranza nella sincera felicità personale, l’ultimo richiamo nell’appagamento, la comodità del progresso, la luce della civiltà schiava di se stessa, serva dei padroni del benessere. Una civiltà in procinto sempre di crollare, prossima alla fine ad ogni fine millennio ma mai definitivamente vinta; una civiltà perennemente in rovina, in cancrena, organicamente ammalata ma ancora mai estinta…trova la luce, mi consigliava l’enorme figura fatta d’odio e d’ombra, ma io, sordo al richiamo e stanco di soffrire, provai il buio. Ed adesso nel buio vivevo e nel buio potevo vederci chiaro. Potevo oltrepassare anche le sue più scure tonalità, il suo inchiostro era diventato per me leggibile, non potevano più nascondermi niente, adesso potevo guardarlo dritto in quei suoi occhi, schiavi dell’indistinto oscuro, riuscendo a riconoscere il suo sguardo dentro il suo contorno nero nel nero, e quello che riuscivo a vedere non mi faceva paura. Nella mia mano destra si stringeva fiera la lama di un’accetta. Adesso avrei definitivamente concluso i giochi e portato la vittoria finale dalla mia parte. Mi rendo conto solo adesso di quanto mi illusi apostrofandomi un vincente, di quanto la mia rabbia avesse vinto ogni buon senso, annientando definitivamente ogni raziocinio.

Mi avvicinai alla colossale gigantografia, la prima accettata la diressi nel punto più alto in cui poteva arrivare il mio braccio destro, attraverso l’estensione della lama ardente di vendetta, attraverso quel prolungamento naturale del mio arto fatto di legno e ferro affilato. Andò dritta al centro. Un colpo secco scagliato con talmente tanta veemenza da oltrepassare il pannello che lo sosteneva. Dapprima bucai la luce, poi, come entrato in una furibonda trans, non mi fermai un attimo. Sfogai tutta la mia collera su quel cartellone bidimensionale, unico testimone della mia sventura, e più forte colpivo più mi sembrava che la gigante figura ridesse, e questo mi faceva imbestialire sempre più. Ogni colpo inferto ed ogni risata mi facevano trasalire tanto che mi imponevo di infliggere maggiore forza al colpo successivo. Lo feci a pezzi in cinque minuti, credo. È quanto pensavo fosse passato. Ma non saprei dirlo con certezza, vissi tutto lo scontro opacizzandomi in un tempo labile e sfocato. Infine portai una scala, presa nel seminterrato della casa, in prossimità di ciò che rimaneva del cartellone. Salendoci riuscii a tagliarne la grande testa. Volevo che smettesse di ridere definitivamente ed in più volevo il mio trofeo. Ma lui non smise. Anche mentre sollevavo con una mano la testa del gigante, lui scoppiò in una chiassosa risata. Mi chiedevo cosa ci trovasse di tanto divertente nel suo smembramento. Avevo vinto, io lo sapevo ed anche lui doveva saperlo. Ne rimasero solo alcuni pezzi, sparsi sull’erba del mio giardino ma, nonostante questo, lui continuava a sbeffeggiarmi con quelle sue ininterrotte risate, provenienti dagli innumerevoli brandelli della sua struttura. Li sentivo ovunque intorno a me. Ognuno rideva in una moltitudine di punti, echeggiando al mio udito un concerto di scherno. Infine raccolsi i pezzi e li bruciai. Fu allora che non rise più. Stanco e scarico rientrai in casa e mi addormentai.

 

Capii successivamente il perché di tanta strafottenza, capii di essermi illuso di avere vinto solo quando, nel bel mezzo della notte, mi svegliai di soprassalto. Un tuono ed un mare furiosi erano riusciti a superare l’ovattata cortina del mio sonno. Aprii gli occhi e mi trovai nel centro della stanza, sospeso a mezz’aria sopra la carcassa lacerata del mio cane. Dalla mia schiena nascevano robusti steli che mi piantavano sulle pareti del soffitto, da quegli stessi orifizi scovati la notte precedente. Sospeso nel bel mezzo di un salotto vivo anch’esso, che palpitava di tumorali escrescenze, non riconoscevo la distanza del reale dal sogno che pensavo di fare. Capii di aver sfidato lo spirito del tempo, mi ero illuso di potergli sfuggire, di poterlo decapitare, avevo provato a fare un buco nella rete, a sciogliere l’annodatura che lo legava: ma adesso ero diventato io stesso nodo di un processo vegetale di evoluzione umana. La sequenza era iniziata ed io non potevo interromperla. Forzatamente divenni un cromosoma ribelle ripescato dalla complessità del DNA dello Zeitgeist, attorniato da proteine vigili di natura vegetale che mi impedivano di liberarmi. Dal mio ombelico si protese, molto lentamente, uno stelo con un bocciolo pulsante sulla sommità.

Man mano che si allungava lo sentivo crescere dentro di me, il suo diametro aumentava mentre si dirigeva verso il tavolo, in fondo al salotto. Giunto tra la carne già in decomposizione del mio cane, fece degli spostamenti ingarbugliati, flebili ma distinti, su tutto il corpo dell’animale, come se stesse cercando l’odore giusto, o quantomeno il brandello di carne più appetibile. Io ero inerme ed inorridito. Cosa stava succedendo? La sommità si schiuse all’altezza del muso, producendo fuori una corolla sgargiante di un meraviglioso rosso opaco. Con la stessa lenta ed inesorabile costanza, si aprirono i petali di un fiore tra i più belli e micidiali che abbia mai visto. Al suo interno ogni filamento ed antera era sostituita da lame di pregevole fattura, al cui centro regnava regina una bocca vorace formata da incredibili denti acuminati. Lo spietato fiore si introdusse nella bocca del mio povero amico, percorse parte della carcassa per poi uscire, tra rumori di morsi, all’altezza del suo stomaco. Lo vidi che ancora rosicchiava qualche brandello della sua carne uscendo dallo stomaco dell’animale. Fu allora che preso dall’ira e dallo spavento, morsi anche io più forte che potevo la parte dello stelo che fuoriusciva dal mio ombelico. Dovevo a tutti i costi fermare quell’oscenità. Non mi importava come, non feci neanche caso all’accetta posata sul pavimento, non pensai minimamente a tentare di raggiungerla, morsi e basta, e continuai a stringere le mascelle finché non la tranciai di netto, tra le grida acute del fiore carnivoro. Gli steli della pianta che mi fissavano al soffitto cedettero nella forza con la quale mi intrappolavano. Toccai il pavimento, solo un attimo, riuscendo a prendere l’accetta prima ancora di rivenire sollevato da terra. Colpii ognuno degli steli che mi alzavano tenendomi ancorato sulla schiena, e caddi. Sul pavimento ancora si dimenava furioso il fiore carnivoro. Nella confusione provai a colpire più forte che potevo la parete che respirava, gonfiandosi come alveoli polmonari pieni d’inchiostro nero. Il colpo fu violento, la parete si aprì lasciando fuoriuscire sangue e maleodorante, guasta, decomposta muffa, un’ondata di cancrena nauseabonda mi si scagliò contro. Un fitto dolore al petto. Guardai uno squarcio che si apriva sulla mia pelle, la fessura aperta nella parete sanguinava del mio stesso sangue, colpendo lei stavo uccidendo me stesso. Non potevo continuare a combattere, se avessi vinto sarei stato distrutto. Se avessi distrutto la casa viva sarei morto io. Dovevo fuggire…volevo fuggire. Uscii di casa e salii in macchina. Partii immediatamente lasciandomi alle spalle forse il sogno vero più orribile che mai avessi fatto. Ero spaventato e fradicio del mio stesso sangue. Percorsi la litoranea spingendomi al limite della velocità, non mi importava minimamente dove volessi arrivare e quale fosse la mia meta, volevo solamente allontanarmi il più possibile e più in fretta che potevo. Portai la macchina su di giri, la spinsi oltre il limite del consentito. Volevo andare lontano e volevo farlo in fretta. Poi di fronte a me vidi la luce. La scorsi in lontananza su una strada che si estendeva rettilinea, alle spalle della sagoma scura della montagna. Quell’immagine, nella mia scossa mente, mi ricordava qualcosa. Un piccolissima luce bianca, incredibilmente bianca. Si avvicinava molto lentamente. Potevo vederla crescere. Sempre più bella, sempre più bianca. Fui immediatamente attratto dal suo spettrale bagliore. Io, che fino ad allora mi ero allontanato in tutti i modi dalla luce, adesso mi sentivo attratto da lei. Più mi avvicinavo velocemente e più la luce cresceva d’intensità e di bellezza. Magnifica luce bianca! Arrivai a vederne addirittura due, entrambe posizionate alla stessa altezza. Due luci distinte ed entrambe cariche di bagliori albini. Mi diressi con la macchina a tutta velocità contro quelle due luci, prima lontane, ora sempre più vicine. Non pensavo a nulla, niente mi spaventava o mi impensieriva, avevo rimosso tutto quello che mi era successo, avevo solo un obiettivo adesso, raggiungerle nel minor tempo possibile. Fu allora che da piccoli bagliori luminosi, lontani ed indistinti, divennero due grandi fari intensi. Mi avvicinai a loro a tal punto da non poter più frenare. Per un attimo, le vidi fuggire da me, ma io fui più lesto di loro. Sentii solo un boato fragoroso. Gli attimi divennero eterni. La luce, bianca compagna, continuava a riempire il mio specchio visivo. Adesso che l’avevo raggiunta non volevo più lasciarla andare. Fu interrotta solo, brevemente, da una scritta confusa, letta su ciò che restava di una fiancata metallica: “Servizio installazioni pubblicitarie. La luce del futuro”. Sapevo di essere a terra, riverso verso il bianco, occluso dal bianco, febbrile bianco. Ovunque, intorno a me, solo questo ipnotico colore. Bianco traslucido, Bianco cangiante, Bianco infinito…e poi…il buio.

Fine.

Parte finale di un racconto ad episodi, parte di una futura raccolta, in fase di scrittura, dal titolo “Vecchio Cinema Inferno”.

Sono nato dall'affluenza di diverse correnti acquatiche, da fiumi freddi provenienti dal Nord e dall'Est europeo, discesi e riversati in pozzanghere calde e stantie del centro Italia. Ho provato a radicare invano ma ovunque passassi dal mio fusto germogliavano vecchie spine, troppo ingombranti ed appuntite per muoversi dolcemente su terreni vergini. Ho cercato di restituire decoro al telo bianco, caricandolo di colori di luce, ritrovandomi poi in sella a fragili parole di burro. Sono spesso inciampato in bicchieri di vino rosso leggendo libri coraggiosi, stemperando la mia curiosità in pagine nascoste al sole. Ho provato a capire l'incedere del mare dimenticandomi che avrei potuto capirlo solo se avessi ascoltato quell'unico avviso, un regalo silente proveniente dal basso come un ammonimento per corsari: "Purché tu sappia che la superficie del mare non è il mare" (S.Agosti).

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