Voci dal mondo dei traduttori. Intervista esclusiva ad Anna Mioni

AnnaAnna Mioni è una delle più importanti traduttrici che abbiamo in Italia, (dalla lingua inglese e dalla lingua spagnola).  Ha redatto, tra l’altro, la traduzione dell’opera di Lester Bangs, famoso giornalista e recensore di musica rock scomparso prematuramente nel 1982.

Il suo lavoro più recente è stata la traduzione della raccolta di racconti di Sam Lipsyte “La parte divertente” pubblicata da minimumfax.

Anna  ha concesso un’intervista ad Alcolibrianonimi.

Ciao Anna, in Italia abbiamo una grande tradizione nel settore delle traduzioni letterarie. Grandi scrittori del passato più o meno recente, da Cesare Pavese a Luciano Bianciardi, si sono cimentati con successo in questa difficile impresa. Ma abbiamo anche grandissimi traduttori di professione(una tra tutte Adriana Motti, compianta traduttrice del “Giovane Holden” di J.D.Salinger, testo che a distanza di più di 50 anni dalla sua prima pubblicazione rimane impareggiabile), secondo te quanto è importante essere anche uno scrittore per tradurre un’opera? 

Secondo me, paradossalmente, è molto più importante NON essere uno scrittore. La traduzione per come la vedo io è un compito che richiede invisibilità e modestia. Si tratta di sintonizzarsi con la voce del testo e riprodurla nel modo più fedele possibile in italiano, ma senza lasciare tracce. Quindi avere una propria voce autoriale forte che sgomita per entrare nel testo è un ostacolo, non un vantaggio. Viceversa, quello che è di grande aiuto è la capacità di ascolto, e un grande bagaglio di letture letterarie, ma non solo. E una buona conoscenza della lingua di partenza, ma anche (e soprattutto?) di quella di arrivo. Un buon traduttore deve per forza essere un grande lettore; non necessariamente un autore di materiali propri”. 

Tempo addietro avevo provato a leggere Lester Bangs in lingua originale, ma è stato molto più difficile del previsto. Il linguaggio di Bangs rimane troppo legato ad uno slang che, per alcuni termini, non è nemmeno più attuale. Quali strumenti hai usato per una traduzione così difficile?

Ho tradotto Bangs quando non avevo ancora la connessione ADSL, ma solo quella a 56bit: non ti dico quanto ho speso di internet in quei mesi. Quindi non ho potuto appoggiarmi in maniera costante ai dizionari online (anche perché non erano dettagliati e aggiornati in tempo reale come adesso che tutti li usano come fonte principale). Il mio migliore amico in quei mesi è stato il dizionario di slang di Jonathon Green, sempre sia lodato. Quanto alle conoscenze musicali, il grosso era nel mio bagaglio personale (non è un caso che abbiano dato a me una prova di traduzione per quei libri, sapendo quanta musica ascolto e conosco); per quello che mi mancava mi sono fatta aiutare da esperti che hanno verificato i fatti, e da amici che mi hanno prestato i dischi che, in epoca pre-youtube, non ero riuscita a trovare“.

Mi è capitato di maneggiare una recente traduzione di “Moby Dick”, nelle note di copertina leggo con sgomento che la traduzione più famosa dell’opera di Melville, quella di Cesare Pavese, è da considerasi superata, mi domando se è vero e, nel caso fosse vero, come sia possibile considerare superata una traduzione eseguita da uno dei nostri più grandi scrittori? Per un’opera del resto scritta nel lontanissimo Ottocento?

In parte ti ho già risposto nella prima domanda: Pavese era uno scrittore, non un traduttore. Un grande scrittore non è per forza un grande traduttore, e in quest’ottica andrebbero riviste tutte le traduzioni ad opera di grandi scrittori del passato (Vittorini, Pivano… per non parlare di quelle firmate da celebri autori, ma opera in realtà di Lucia Rodocanachi, che molti usavano come “negra” senza citarla e pagandola miseramente).
In secondo luogo, una traduzione vecchia spesso è opera di persone che non conoscevano la lingua viva come la si può conoscere oggi: non avevano viaggiato, avevano a disposizione solo qualche dizionario bilingue o al massimo monolingue, erano costrette a recarsi in biblioteca per ogni verifica terminologica (e infatti la terminologia nelle traduzioni di quell’epoca è spesso sbagliata, con risultati a volte grotteschi)… credo di avere reso l’idea. E’ ovvio che non la ritengo una colpa, però dobbiamo smettere di mitizzare quelle traduzioni solo perché opera di grandi romanzieri.
Ultima osservazione, una traduzione è già superata dopo un anno o due dal momento della stampa: la lingua è un organismo vivo e mutevole, quello che ora risulta spontaneo, fra due o dieci anni sarà semplicemente ridicolo o antiquato. Quindi ogni classico andrebbe ritradotto a intervalli regolari; e infatti così avviene, si pensi per esempio alle due nuove traduzioni dell’Ulisse di Joyce (di Celati e Terrinoni)”.

Adriana Motti, lamentava quanto il mestiere del traduttore fosse faticoso e mal pagato, questo accadeva negli anni ’70/’80. E’ ancora così oggi?

Certo, anzi se possibile la situazione è peggiorata negli ultimi dieci anni. Personalmente, posso dire che i compensi sono aumentati di pochissimo dal 2000 a oggi: la prima mazzata è arrivata dall’euro, la seconda dalla crisi, la terza arriva dalla concorrenza sleale di chi lavora al ribasso pur di vedere il proprio nome sul frontespizio di un libro, magari perché non ha bisogno di lavorare per vivere, e così facendo abbassa le tariffe a tutta la categoria (compresi loro stessi, e spero che un giorno lo capiranno). In compenso i tempi sono accelerati di molto, tanto che il traduttore ideale per gli editori non è più quello bravo, ma quello che consegna il miglior lavoro possibile nel minor tempo possibile. Con queste tariffe, per arrivare a uno stipendio decente (tenendo conto che non c’è previdenza o malattia o ferie pagate) bisogna lavorare anche dieci ore al giorno, sette giorni su sette, per quasi tutto l’anno. Con quali rischi per la salute, è facile immaginarlo“.

Se dovessi consigliare a qualcuno di intraprendere questa professione, quali suggerimenti daresti?

Di non intraprenderla: siamo già in troppi, e più saremo più la situazione peggiorerà. Certo, se uno è davvero bravo prima o poi riuscirà a farsi strada. Il modo migliore di scoprirlo è mettersi alla prova nei tanti corsi dove i docenti sono traduttori che lavorano davvero nell’editoria, e non professori universitari, ai quali spesso manca la competenza pratica in materia“.

Sono nato negli anni 60. Non essendo ancora stati inventati i videogiochi ed i telefoni cellulari e dal momento che la Tv aveva solo un canale e con una limitata offerta di spettacoli, l’unico modo per combattere la noia è stata la lettura. Già, dimenticavo, nessuno mi chiamava per giocare a pallone perché ero troppo scarso. Il primo libro che ho letto e di cui abbia memoria è stato “Le avventure di Tom Sawyer” di Mark Twain. Da quel giorno l’avrò riletto circa 18 volte. Sono poi diventato un lettore ossessivo compulsivo. Le ultime pagine di un libro che mi appassiona, o che mi lascia indifferente, (perché esistono anche quelli), sono sempre accompagnate da un unico pensiero: cosa leggerò dopo? Preferisco gli autori di lingua inglese del novecento, americani ed inglesi in particolar modo. La morte di D.F. Wallace mi ha colpito come un tifoso della Juventus è stato colpito dalla morte di Gaetano Scirea. Ora vi lascio, c’è un capitolo di un nuovo romanzo che ho lasciato a metà.

Un commento

  • Elle ha detto:

    Trovo curioso dover riscrivere una traduzione perché i tempi sono cambiati e cambiata è la terminologia. Vengono aggiornati anche gli originali per mantenere la loro spontaneità? Se ai tempi la traduzione era ritenuta buona, non dovrebbe essere necessario rifarla: chi legge un libro tradotto, sa anche in che anno è stato scritto.
    Davvero i classici vengono aggiornati ogni due anni?

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