Giro di ruota, storia di un viaggio in bici

giro di ruota

La bicicletta è prima di tutto una fede. Noi amanti di questo romantico mezzo a due ruote lo sappiamo bene.

Personalmente, ho legato alla mia bici dei ricordi bellissimi, un sacco di cadute che hanno accompagnato la mia crescita, lunghe corse che mi hanno fatto venire il fiatone ma poi mi hanno regalato il mare, dettagli che in auto non avrei mai potuto notare. La bici è prima di tutto una grande passione, e Giovanni Battistuzzi lo sa bene, ci ha addirittura scritto un libro! Il suo Giro di Ruota  parla di “Ventitré giorni a pedalare, a inseguire la corsa rosa, distante dalle strade dell’ultimo giro d’Italia, per capire cos’è per la gente comune il ciclismo nel 2013, cos’è rimasto dello sport che nella sua storia ha saputo unire e dividere un paese. È anche un viaggio dentro la mobilità italiana, per capire come ci muoviamo e quali sono i limiti delle nostre abitudini. Un viaggio per dimostrare che un altro modo di muoversi è possibile e che la bicicletta, almeno in città, può essere la risposta giusta a tante ore di coda, a tanti chilometri di traffico, a tanti litri di benzina sprecati in attesa di ripartire“. 

Lasciamo la parola all’autore e alla sua letteratura su due ruote.

 

Giovanni, tu sei “un po’ giornalista, un po’ cuoco”, dove nasce la tua passione, assolutamente da me condivisa, per la bici?

Nasce presto, da bambino. Mi danno una bicicletta rossa e me ne innamoro subito. Avrò avuto tre o quattro anni credo. La passione è stato mio nonno a trasmetterla: funziona così come molte altre cose, passa di generazione in generazione saltandone una. Mia madre e mio zio saltati, è toccata a me. L’amore per il ciclismo me l’ha lasciato mio nonno. Ero piccolissimo e mi ricordo del Giro in tv. Poi nel 1994 è sbocciato in modo più completo, grazie a Pantani.

Il tuo libro, Giro di Ruota, parla di un viaggio on the road, di come può essere bello attraversare l’Italia su due ruote. Cosa ti ha ispirato, a parte le tue splendide pianure venete?

Più che le pianure a viaggiare ti ispirano le colline. C’è molta uva che magicamente diventa vino e, dato che in Italia ci sono più colline che pianure, sono andato alla ricerca delle uve migliori. Ironia a parte, a ispirarmi sono state le scelte che ho fatto negli ultimi anni, una su tutte: abbandonare i mezzi a motore per scegliere la bicicletta. Quando lavoravo in un’agenzia di stampa a Roma un mio collega mi disse: “la bici ti cambia la vita, è tutta un’altra cosa, tutto un altro modo di intendere spazio e vita”. È vero. L’ho capito davvero da quando anch’io vivo in bicicletta. La bici è un’ode alla tranquillità e al giusto passo, fa vedere le cose sotto un’altra luce, fa riflettere e riflettendo le idee si moltiplicano, e nascono cose strane, tra le quali questo libro. Inoltre a spingermi nel viaggio è stato l’amore che ho per questo sport e il voler approfondire sul campo cosa vuol dire pedalare in Italia e viaggiare pedalando. 

Io credo che la bicicletta sia una fede. Credo che il viaggio descritto nel tuo libro sia anche un’esperienza spirituale, un immergersi nella polvere delle strade, un notare i dettagli che i motorizzati non noteranno mai. Quanto è considerato il ciclismo in Italia secondo te, tenendo presente che siamo nel secolo della pigrizia e dei nasi ficcati costantemente negli smartphone?

Il ciclismo rimane uno sport ancora molto amato, ma rispetto al passato è evidente come questa disciplina sia molto meno considerata, basti vedere lo spazio che giornali e le televisioni le concedono: un tempo da marzo ad ottobre uno posto in prima pagina lo trovava sempre, ora invece è relegato in quelle finali, ad eccezione di Giro d’Italia e Tour e, ogni tanto, di qualche classifica quando gli italiani si comportano bene. La perdita di interesse è sicuramente dovuta ai casi doping, agli scandali, eccetera, ma a mio avviso non dipende solo da questo. In Italia mancano novità sia per quanto riguarda le corse in calendario, sia per quanto riguarda i giovani di talento che abbiano qualcosa da dire non solo in corsa. La cosa ben più grave però per quanto riguarda il movimento professionistico è quello di continuare a sottovalutare ciò che sta succedendo nel “mondo della bicicletta”. Si sta assistendo a un ritorno di utilizzo, un ritorno al passato. Le bici stanno ritornando a riempire le vie delle città (almeno in quelle grandi), aumentano le gare “clandestine”, ovvero auto organizzate. Sono le Alleycat, i ritrovi nei velodromi, eccetera. Tutto questo pezzo di movimento che parte dal basso, che si basa su un ragionamento un po’ più evoluto del “pedalo per battere tutti gli altri”, è ancora ignorato dal mondo professionistico. E se si ignorano le evoluzioni, il nuovo, non si riuscirà mai a uscire dalla crisi.

I bar sport! Che posti evocativi! Ne parli nel tuo Giro di Ruota… Ma è vero che la “fauna” dei bar sport è fatta da personaggi fantastici, quasi come quelli di Benni?

I bar Sport sono posti narrativi, che fortunatamente rappresentano un mondo antico, fuori dal tempo. Stanno diminuendo ahimè! Ma quando li trovi entri in un universo incredibile fatto di personaggi mitici, totalmente al di fuori delle logiche dei bar “fighetti” che stanno riempiendo le nostre città. Nel libro di Benni questi posti sono stati romanzati, imbelliti, resi surreali, ma quanto narrato dallo scrittore è ancora valido. I bar Sport cambiano da paese e paese, ma vivendoli tutti in tre settimane di viaggio trovi in essi un filo conduttore, aspetti comuni che ti convincono del fatto che essi sono un’unica cosa, indipendentemente da dove ti trovi. Ci sono personaggi simili, delle costanze nei comportamenti e nelle discussioni che, se riesci a comprenderle, non puoi fare altro che amarle. Non ci sono differenze tra quello dal quale è partita la narrazione del mio libro, quello di Conegliano, il mio paese, e quelli che ho trovato sul mio percorso. Cambiano i nomi dei personaggi, gli accenti e i vini che vengono serviti, ma le storie e l’atmosfera è la stessa. Credo che il bar Sport sia un luogo che vada difeso.

Qual è la cosa più bella del Giro d’Italia a tuo parere?

Il bello del Giro è proprio osservarlo da fuori, magari starci dentro un po’, viverlo, ma è necessario allontanarsi da esso. La bellezza è tutto attorno e parlo dei luoghi, ma soprattutto di chi se lo vive da spettatore. Se si sta troppo attenti a quanto succede in corsa, se si fa la vita del giornalista e si rincorre la notizia, il rapporto utilizzato, la smorfia del campione si perde il senso di questo evento. A me piace il Giro in quanto festa paesana. In montagna si raggiunge l’apice di questa ricorrenza. Dalla tv si vedono strade che si ristringono per via dei tifosi, gente festante e urlante, la stessa gente che passa una giornata (a volte anche di più) a bordo strada aspettando i propri beniamini per vederli un secondo solamente. Quello che in tv non si vede sono le partite a briscola, i litri di vino, le grigliate e le mangiate a grandi gruppi. E poi ci sono le storie, storie che partono in bianco e nero e che si trasformano a colori e parlano di campioni del passato e del presente, di gregari e meteore, soprattutto di altri Giri e altre mangiate in altre montagne. 

Cosa possiamo fare, secondo te, per incentivare le persone a riconsiderare la bicicletta in Italia?

Sembra assurdo ma per incentivare la gente ad andare in bicicletta bisogna farla andare in bicicletta, farla pedalare. Il resto sono solo parole al vento. Quando sali su una bici e ti muovi per una città te ne innamori, capisci che non c’è niente di meglio. Le piste ciclabili non servono a portare gente in bicicletta, l’unica cosa veramente necessaria è diminuire fortemente il numero di macchine private.

 

Io vivo in due mondi paralleli, quello dei libri e quello degli esseri umani. Ed è grazie al primo che sopravvivo al secondo.

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