Il cardellino

 

cardellino

 

Il cardellino” di Donna Tartt,  Rizzoli RCS Libri S.p.A. 2014, traduzione di Mirko Zilahi de’ Gyurgyokai.

Il tredicenne Theo Decker sopravvive ad un attentato terroristico al museo Metropolitan  nel quale muore la madre. Theo, solo a New York, senza parenti e con un padre assente, si ritrova tra le mani una capolavoro della pittura olandese, “Il cardellino” del pittore olandese  Carel Fabritius, che porta via dalle macerie del museo senza pensare alle conseguenze. E quel piccolo quadro, che tra l’altro è uno dei capolavori meno conosciuti della pittura olandese del seicento, sembra diventare l’unico legame che gli rimane con la madre, per la quale continua a sentire un’acuta nostalgia.  Theo diventa così protagonista di una eccezionale serie di eventi che lo porteranno da New York a Las Vegas fino in Europa.

Non posso fare a meno di pensare che l’ultimo romanzo di Donna Tartt sia sotto molti punti di vista un romanzo “dickensiano”, affollato così come è da una miriade di personaggi, molti dei quali caratterizzati da nomi o da soprannomi comicamente descrittivi e da tic nervosi che ne caratterizzano i comportamenti ed i modi di parlare. Sfortunati orfani che sopravvivono a malapena  ad una infanzia rovinata da povertà o semplicemente dalla miseria delle classi più povere,  numerose sottotrame che si intrecciano sapientemente tra di loro, una narrazione che rende il lettore desideroso di leggere il seguito della storia. Un racconto che si svolge tra diverse città che si susseguono una dopo l’altra il più delle volte in maniera volutamente confusa, (nel romanzo il racconto passa da New York a Las Vegas, di nuovo a New York quindi ad Amsterdam) .

Non solo Dickens, ma anche altri grandi autori del passato hanno avuto la fortuna di diventare nel tempo un aggettivo. Sono ben pochi. Uno per tutti: Kafka ed il suo tanto abusato (e spesso a casaccio)  “kafkiano”. Ma mentre per kafkiano si suole indicare una  particolare atmosfera attraverso la quale si svolge il racconto e nel quale una  burocrazia onnipresente  ma senza volto genera situazioni paradossali (da “Il processo” a “Nella colonia penale”)  con dickensiano si intende piuttosto un particolare modo di svolgimento della narrazione.

Una tecnica, se così possiamo definirla, che costringe il lettore ad aggrapparsi alle pagine del romanzo fin dalle prime righe e che la Tartt ha appreso in maniera magistrale.

Sono nato negli anni 60. Non essendo ancora stati inventati i videogiochi ed i telefoni cellulari e dal momento che la Tv aveva solo un canale e con una limitata offerta di spettacoli, l’unico modo per combattere la noia è stata la lettura. Già, dimenticavo, nessuno mi chiamava per giocare a pallone perché ero troppo scarso. Il primo libro che ho letto e di cui abbia memoria è stato “Le avventure di Tom Sawyer” di Mark Twain. Da quel giorno l’avrò riletto circa 18 volte. Sono poi diventato un lettore ossessivo compulsivo. Le ultime pagine di un libro che mi appassiona, o che mi lascia indifferente, (perché esistono anche quelli), sono sempre accompagnate da un unico pensiero: cosa leggerò dopo? Preferisco gli autori di lingua inglese del novecento, americani ed inglesi in particolar modo. La morte di D.F. Wallace mi ha colpito come un tifoso della Juventus è stato colpito dalla morte di Gaetano Scirea. Ora vi lascio, c’è un capitolo di un nuovo romanzo che ho lasciato a metà.

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