24h. Trilogia di un giorno

Sono fermamente convinta che il libro “buono” è quello che, dopo averlo letto, ti lascia un graffio e degli interrogativi. Sulla scia di questa premessa, posso affermare che 24h-Trilogia di un giorno, scritto dalla coraggiosa Ersilia Tomoe, sia uno di quei libri che ho davvero apprezzato. Oltre ad avermi letteralmente incantato il viaggio onirico di 24h, ho apprezzato lo stile ipotattico; finalmente, una scrittrice che non segue le mode del “breve e paratattico”, sicché Ersilia ci riempie di quei bei periodi fatti di virgole e subordinate a me tanto care.

“24h è la trilogia di un giorno qualunque.

Tre storie distribuite in tre precise ore.
Eccole:

Ore 9: Yōkai, racconto del mattino
Finalista XXX concorso “Premio Firenze”, 2012

Ore 15: Aprile, racconto del meriggio
Edito nell’antologia Liquidi Inversi, 2011

Ore 18: La Sposa, racconto della sera
Finalista I concorso “Progetto Zeno”, 2013″.

Ersilia ha lasciato che le facessimo qualche domanda, quindi diamo voce a lei ed alla sua “narrativa emozionale”.

 

Oggi, siamo pieni di presunti scrittori, forse perché è comodo, forse perché va di moda. Fatto sta che questa tra questa pletora di scribacchini, senza macchie d’inchiostro sulle dita, tu esci di sicuro fuori dal coro. Che vuol dire, per te, scrivere?

Innanzitutto, ti ringrazio per avermi concesso questo breve spazio. Per me scrivere è un bisogno primario, lo è sempre stato, anche quando ho cercato di ignorare questa impellenza perché sapevo che avrebbe potuto crearmi grossi problemi. Il risultato? Cimiteri di fogli sparsi ovunque. In alcuni periodi, poi, mi ha guidato tenendomi impegnata fisicamente e mentalmente. Scrivere mi ha permesso di impazzire ma in modo sano e salutare. C’è chi si affida a Questo o a Quello, io mi sono affidata alla scrittura con tutti i vantaggi e gli svantaggi annessi.

Da dove nasce 24h, trilogia di un giorno?

La volontà di raccontare – e possibilmente divulgare- tre storie realmente accadute. Ho riflettuto ben quattro anni prima di renderle ufficialmente pubbliche. Ringrazio Roberta MOn, la mia illustratrice nonché grafica di 24h, per avermi aiutato in questa esperienza.

I tuoi racconti hanno qualcosa di romanticamente inquietante, è una tua precisa strategia stilistica, o ti viene naturale?

La seconda, purtroppo.

Nel primo racconto, il protagonista lotta contro un “trick”, un rumore che sente solo lui, che deforma, ad un certo punto, la realtà. Sono le sue paure, o le sue speranze?

Premetto che ogni mio racconto non ha una singola interpretazione ma può adattarsi a varie angolazioni ermeneutiche. Ad ogni caso ti rispondo: In realtà, nessuna delle due. Quel “trick” è la voce della sua coscienza e quest’ultima fa echeggiare in noi paure e speranze che, in taluni casi, avvertiamo psichicamente come traumi e psicologicamente come illusioni.

L’ultimo racconto è particolarmente commovente, sembrava quasi di vedere la piccola sposa moribonda. Nel paese che prega al suo capezzale, c’è comunque qualcosa di dissacrante: Giannino Mezzarecchia; mi ha dato l’idea del classico omaccione rude, che nasconde un grande animo. Oggi l’esteriorità, il seguire le regole, il mantenere le apparenze a qualsiasi costo, domina; qual è il destino di chi vive arricchendosi dentro, piuttosto che fuori?

Una fine di merda, pezze al culo, solitudini infinite… ma grandi soddisfazioni interiori. Mi credi?

Cosa pensi dell’autopubblicazione, e dell’editoria in generale?

Una bella sfida (che mai vincerò). Autopubblicarsi è un po’ come fare coming out. In realtà, non partecipo direttamente a questa carneficina di anime e corpi, per ora ho adottato un cognome fittizio che mi consente di estraniarmi almeno in minima parte. Ad esempio, mia madre ha capito solo meno di un anno fa chi dovrebbe essere Tomoe e non ne è ancora convinta. L’invisibilità: altra grande soddisfazione, non trovi?

 

In foto: “Canone perfetto” di Roberta MOn, oil on wood

 

Io vivo in due mondi paralleli, quello dei libri e quello degli esseri umani. Ed è grazie al primo che sopravvivo al secondo.

Un commento

  • Gianmaria Consiglio ha detto:

    Una piccola perla nel caotico mondo delle autoproduzioni

    Il mondo delle autoproduzioni, che si tratti di musica, materiali visivi o letteratura, è diventato, da almeno dieci anni a questa parte, un immenso calderone informe, dispersivo e imprevedibile, nel quale è facile perdersi e disamorarsi, dato che spesso contiene materiale scadente e deludente, ma più di rado offre la possibilità, purtroppo spesso casuale, di scoprire delle piccole gemme, o i semi di giovani autori promettenti e interessanti, che rischiano purtroppo di scomparire ancora prima del tempo, nel sovraffollamento di cose stupide e inutili che ormai ci accompagnano, ci distraggono e ci asfissiano quotidianamente.
    Ersilia Anna Tomoe e Roberta Montemurro, in arte Roberta Mon, sono rispettivamente autrice e illustratrice della raccolta di tre racconti “24h – Trilogia di un giorno”, edita ad aprile 2014, e sviluppata nell’arco di una giornata a tre orari differenti. Non c’è un vero e proprio filo conduttore e le storie si svolgono e si popolano di personaggi, stili narrativi e situazioni apparentemente slegati tra loro, ma uniti dai temi comuni della sopravvivenza e della paura, e, naturalmente, del tempo, nei quali il confine tra realtà e fantasia, fatti e proiezioni mentali diventa quasi indistinguibile.
    Il formato è quello digitale, compresa anche la copertina e le tre opere della Mon, che accompagnano, aprono e integrano i tre racconti, “Yōkai”, “Aprile” e “La sposa”, anche se da poco è disponibile su richiesta la copia cartacea, scrivendo alla pagina it-it.facebook.com/ladyersilienne.tomoe. Ed è certamente il formato cartaceo a poter dare alle parole e alle immagini il giusto risalto, dato che il freddo e asettico Kindle non può mostrare la vita di un prodotto profondamente vissuto, che respira, e che, al di là delle apparenze, meriterebbe di essere assimilato con lentezza. Allo stesso modo, le immagini della Mon, per quanto minimali e istantanee, e molto diverse dal suo stile quando è alle prese in particolare con l’olio su tela e su legno, riescono a cogliere in pieno e a immetterci nell’atmosfera allo stesso tempo profondamente umana e inumana dello stile della Tomoe. Recentemente un booktrailer diretto dall’artista visuale Rudy Zoppi, ha messo in fotogrammi le parole e le immagini del libro, arricchendo e impreziosendo ulteriormente i racconti di significati, già presentati nell’ambito di alcuni concorsi e qui preceduti da alcuni versi anch’essi non necessariamente collegati con la narrazione, con titoli che vagamente preavvisano un sintomo di un quadro clinico molto più ampio.
    La presunta follia è la vera protagonista di “Yōkai”, creature soprannaturali della mitologia giapponese, coprotagonista il tema delle apparenze. Le capacità descrittive di uno stato d’animo, di un labile profilo psicologico e delle sfumature legate ad una situazione inquietante, kafkiana e fuori dalla norma che qui la Tomoe mostra, non sono da tutti, e il suo acume nell’esprimere le sue considerazioni è quasi sempre appropriato e peculiare. Un pessimismo e un senso di decadenza di fondo accompagnano il tutto, conducendo però in una direzione che può risultare inaspettata. Segue “Aprile”, già edito nel 2011 nell’antologia “Liquidi inversi”. È un crudo racconto sul traumatico passaggio di una tredicenne dalla preadolescenza all’età adulta, di una bambina che per sua scelta non pienamente consapevole, diventa in un solo pomeriggio bambola di plastica. Toccante e raffinata la descrizione delle incerte e inquiete sensazioni di lei mentre sale le scale del palazzo per arrivare alla porta del suo carnefice. Infine “La sposa”, il racconto dei tre che più si addice ad una scrittrice esperta e rodata. Ambientato negli anni ’50, presumibilmente in una cittadina vicino a Salerno, dove Ersilia vive, si sviluppa in un contesto postbellico statico e depresso e sostanzialmente ancora agricolo, ed è la storia di due bambini raccontata dal punto di vista di uno dei due, i quali, nonostante già conoscano bene la durezza e l’ingiustizia della vita, si trovano a fare i conti per la prima volta nella loro vita con la morte. Il quadro generale è da film neorealista, ricco di sfumature emotive e spunti di riflessione penetranti e amari, e lo sviluppo coinvolgente e incalzante. L’unico neo è l’utilizzo non corretto da un punto di vista della grammatica di alcuni termini dialettali come “Uagliù”, invece di “Guagliù”, “Jamm’”, invece di “Jammo”, o di una interiezione come “’U”, invece di “Uh”.
    Peccato, altrimenti avrebbe rasentato la perfezione.

    Gianmaria Consiglio

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