Oh my slot!

Oh my slot! 1

“Veloci rullano tra suoni ipnotici. Diamanti ciliegie limoni assi e fiori. La costante ripetizione di un pulsante da spingere, solo un pulsante da spingere e niente più, poi fanno tutto loro. La mia sconosciuta solitudine vissuta in un luogo dove è sempre notte, illuminato ad intermittezza da luci sempre diverse, colorate, accecanti. Dei riflessi di rosso, di azzurro, di verde si danno disciplinati il cambio sul mio viso. Ed io che fisso me stesso dentro lo schermo. Girano, si fermano, rigirano. Veloci…picche cocomeri alfieri tris! Il suono dei soldi che cade, la burrasca sul metallo. Un rumore necessario, che fa invidia, che soddisfa ma non riempie. Questa cazzo di macchina ha pagato finalmente.

Una moto nera inchioda al centro dell’incrocio. Delle scarpe di pelle si schiacciano al suolo. Delle magnifiche gambe di donna si muovono veloci strusciando la loro intima gentilezza sul sedile del passeggero. Nessun cenno all’uomo alla guida, lascia la donna e riparte veloce. Gambe giovani, femminili, alte su tacchi alti, si muovono veloci e precise, costrette dal fianco di un vestito attillato a svilupparsi curve e sinuose. Obbedienti si riversano i sensuali tornanti dorati di mille stelle di luce nell’accecante riflesso dell’intenso primo sole del giorno. Le sue dolci forme armoniose le danno uno slancio sicuro, gambe che trasportano elastiche un abito fatto di superbi specchi dorati. Attraversa con grazia la distanza che la separa da un grande palazzo in festa, una sproporzionata insegna luminosa lo definisce luogo di giochi, di contratti, di joker, di luci e di notte. Il sole è forte, la donna brilla, fortunata e letale è l’elegante femmina sgargiante sotto il sole d’estate. Morbida entra nella gola della notte.

Ho di nuovo quasi finito i soldi. Solo pochi gettoni. Inutili gettoni per macchine affamate. Veloci rullano tra suoni ipnotici. Il suono dei soldi degli altri che cadono mangiati. Lontano altri vengono cacati da intestini metallici, rumorosamente ed in quantità. Ho scaricato solo due volte, in tasca non ho più carta che si possa trasformare in ferro. Alfiero vince. Lo sento, quello stronzo di Alfiero. Monica perde. Suda e si dispera la cicciona. Fracasso e musica e televisione e colori. Una partita di calcio viene trasmessa, i passaggi dei giocatori vivono di grida di vincite e pernacchie canzonatorie. Il rumore è ancestrale. Girano e girano, si fermano e tutte insieme esclamano la sorte. Giochi da macchina. Noi dormiamo ad occhi aperti in un letto di re e di perdenti, un po’ rossi un po’ verdi un po’ vuoti a mendicare un’inutile vittoria.

L’oro si colora e combattivo riflette. La donna ancheggia sicura tra torsi umani con braccia funzionanti. Lei non teme il rumore e lo trasforma in musica. Volteggia come una farfalla sul suono del ferro. Al suo passaggio Franco perde, bestemmia, colpisce la macchina. Un timido ramo si allunga, delicata e fine mano aggraziata sul collo volgare di Fausto, questo sorride, un tris ha vinto. Come un fresco soffio di vento nella notte più calda dell’anno le giovani gambe si rincorrono audaci e felici. Volteggia e avanza tra chi vince e chi perde. Lacrime e sorrisi per sorridenti e piagnoni. E poi si riparte. Veloci rullano tra suoni ipnotici, e le gambe ballano, avanzando tra mura parallele di schiene, la donna tocca, la donna sfiora, la donna passa, la donna toglie la donna dona. Un sorriso, una speranza o una lacrima. Eccola, sta per arrivare.

Monica si alza e tuona. La cicciona sudata impazzisce. Bestemmia e piange, poi calci, pugni e la macchina che accusa i colpi ma resiste. Qualche luce nello strattone si spegne. Poi l’oro si piega sul grasso. Un abbraccio dolcissimo di spalle. Monica piange disperata e banale. Le sue braccia pesanti e bagnate stringono i sottili steli di un fiore. Monica si spegne nell’abbraccio. Materno e confortante, una bambina gigante tra le braccia dell’unica persona sola che sempre ci riesce a capire. Una sorella per Monica, una madre per Franco, una moglie per me. L’oro se giovane è forte può sorreggere la disperazione senza tradire la fatica del pesante sostegno, mia moglie l’accompagnava armoniosa stretta nell’abbraccio più debole, verso la porta sul fondo, sorpassandomi senza ballare, la sostiene. Due uomini alti geometrici indistinti portano sul viso due occhiali simmetrici e neri. Si aprono al passaggio dell’oro che amo e del grasso sconforto ed appare una porta prima invisibile, che si apre sfacciata su un’umida ed appiccicosa luce rossa. Il muro che la riflette è schiavo del suo costante e sanguigno dominio. E’ stanco di quella fedele sottomissione. Monica entra serena e sicura dall’abbraccio della sorella risorta. Ed io mi alzo e la voglio seguire, ma Alfiero sorride e vince e urla, quello stronzo di Alfiero di nuovo vince e urla.”

Continua…

Prima parte di un racconto inserito nella futura raccolta dal titolo: Vecchio Cinema Inferno.

Sono nato dall'affluenza di diverse correnti acquatiche, da fiumi freddi provenienti dal Nord e dall'Est europeo, discesi e riversati in pozzanghere calde e stantie del centro Italia. Ho provato a radicare invano ma ovunque passassi dal mio fusto germogliavano vecchie spine, troppo ingombranti ed appuntite per muoversi dolcemente su terreni vergini. Ho cercato di restituire decoro al telo bianco, caricandolo di colori di luce, ritrovandomi poi in sella a fragili parole di burro. Sono spesso inciampato in bicchieri di vino rosso leggendo libri coraggiosi, stemperando la mia curiosità in pagine nascoste al sole. Ho provato a capire l'incedere del mare dimenticandomi che avrei potuto capirlo solo se avessi ascoltato quell'unico avviso, un regalo silente proveniente dal basso come un ammonimento per corsari: "Purché tu sappia che la superficie del mare non è il mare" (S.Agosti).

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