Cercando Salinger

Se qualcuno mi avesse chiesto di indicare tra le opere edite di J. D. Salinger la mia preferita, di sicuro non avrei scelto Il giovane Holden. Il suo romanzo che ho amato di più, infatti, è quello che ruota intorno ai personaggi della famiglia Glass, Franny e Zooey. Eppure, ad oggi, non sono più del tutto convinta di questa risposta e provo a spiegare il perché.

Circa un mese è uscito in libreria Salinger, un pacchetto composto da un libro e un DVD edito da Feltrinelli nella collana Real Cinema.

Il libro, Bananafish, curato da Giacomo Mondadori, è composto da una raccolta di saggi attraverso i quali registi, sceneggiatori, critici e giornalisti provano a spiegare quale sia il segreto de Il giovane Holden, e come mai negli anni abbia continuato ad entusiasmare generazioni di ragazzi così diverse tra loro.

Il DVD invece, racchiude il documentario girato da Shane Salerno, il regista che ha messo insieme sei anni di riprese e centinaia di interviste fatte a chi ha conosciuto personalmente Salinger o ha amato profondamente la sua opera, offrendo uno sguardo inedito sulla vita di un uomo che ha preferito rinunciare alla celebrità. Alla fine degli anni Cinquanta, infatti, Salinger ha deciso di trasferirsi nei boschi del New Hampshire, e lì ha trascorso la sua vita fino al 2010, anno della sua morte, nascondendosi dall’opinione pubblica e dai numerosi fan che non riuscivano a rassegnarsi all’idea che avesse smesso di scrivere.

In realtà, di scrivere Salinger non ha smesso mai, tutt’altro. Scrivere per lui era l’unica cosa importante, ma travolto dalla notorietà aveva sviluppato la convinzione che la pubblicazione fosse la cosa peggiore che potesse capitare ad uno scrittore. È stata questa nuova consapevolezza ad allontanarlo dal resto del mondo e a indurlo a dedicare la propria vita interamente alla scrittura. Una scelta audace, e non senza ripercussioni sul rapporto con i suoi affetti più cari, come la moglie ed i figli.

Quando alcuni giorni fa ho visto questo piccolo confanetto sugli scaffali della libreria, non ho saputo resistere al richiamo del mistero che ruota intorno alla vita dello scrittore che “(…) trascorse dieci anni a scrivere Il giovane Holden e il resto della sua vita a rimpiangere di averlo fatto”.

Salinger era un veterano della Seconda Guerra Mondiale ed è stata proprio questa esperienza a dare forma alla storia Holden Caulfield, il romanzo che ha ridefinito l’America postbellica, come spiegano David Shields e Shane Salerno nell’introduzione tratta dal volume Salinger. La guerra privata di uno scrittore. Un romanzo che ha aperto una finestra sull’anima di Jerry (questo il nomignolo con cui lo chiamavano alcuni amici), perché Holden Caulfield altri non è che J. D. Salinger.

Nell’attesa del 2015, anno in cui sarà divulgata la prima delle cinque opere inedite per le quali l’autore, prima di morire, ha dato disposizioni al JD Salinger Literary Trust affinché ne seguano la pubblicazione secondo le sue volontà, penso che rileggerò Il giovane Holden (Einaudi ha di recente pubblicato una nuova edizione del volume con la traduzione a cura di Matteo Colombo).

Nel frattempo, non posso fare a meno di ripensare ad una frase di Holden Caulfield: “Mi fanno impazzire i libri che quando hai finito di leggerli vorresti che l’autore fosse il tuo migliore amico, per telefonargli ogni volta che ti va”.

Non so voi, ma io con Salinger farei volentieri una chiacchierata.

Sono solita riordinare i pensieri tra gli scaffali di una libreria. Venero il “Dio” Gutenberg, sono devota a monsieur Kindle, e sono pronta ad abbracciare qualsiasi nuovo credo riesca a proiettarmi in una realtà fatta di parole e immagini da raccontare. Qualora rischiassi di dimenticarlo, la foto di una barca mi ricorda che “La educación es libertad”. Quoto Pennac e penso che tacere, a volte, oltre ad essere un diritto sia un dovere. Da grande voglio essere una Haijin. Ecco il mio haiku: sono seduta/ invoco lo scapezzo/ mannaggia mondo

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