Indagine su ciò che sappiamo

«Chillo sapeva». Le parole di Antonio Esposito – giudice (salernitano: è originario di Sarno) di Cassazione nel processo Mediaset che vedeva imputato l’ex premier Silvio Berlusconi – riferite in un’intervista telefonica rilasciata al giornalista de “Il Mattino”, Antonio Manzo, a poche ore dalla sentenza che avrebbe poi condannato l’ex Cavaliere, è «il miglior epitaffio» del Ventennio. No, non stiamo parlando del periodo fascista, ma di un Ventennio più recente: quello che dal 1994 ad oggi ha letteralmente (e potremmo dire, nuovamente) stravolto il nostro Paese – tra tangenti, partiti politici la cui genesi è più simile a quella di uno sketch comico, unti dal Signore, Rio Po, “lo giuro sui miei figli”, “mi consenta” – e degenerato negli ultimi anni nel club delle Olgettine, della nipote di Mubarak e del Bunga Bunga.

«Chillo sapeva». E oggi lo sappiamo anche noi. Come poteva non sapere, il nostro, di tutto quello che accadeva in casa sua, nelle sue aziende. Sapeva eccome. Ma ha vissuto – e ci ha fatto vivere – per vent’anni in una delle più grandi fiction mai prodotte. Neanche dalle sue case di produzione. Enrico Deaglio, uno dei pochi sopravvissuti alla morte del giornalismo d’inchiesta, quello vero, fatto di tanta ricerca della verità, oggi considerato rischioso dalle holding che controllano i quotidiani, ha impiegato pochi mesi (dal novembre 2013, quando B. è stato dichiarato decaduto da senatore) a scrivere la sceneggiatura perfetta di questi vent’anni.

Ecco. “Indagine sul Ventennio” (ed. Feltrinelli, Serie Bianca, euro 15) non è nient’altro che il copione, con tanto di battute, pause e descrizioni dei contesti, di ciò che abbiamo vissuto ma che ci hanno fatto sempre credere che fosse soltanto una fantasia, il frutto di un’allucinazione. Un sogno, o meglio, un incubo dal quale, prima o poi, ci saremmo svegliati. E invece no. Il sonno della “s-ragione” continua. E allora per affrontarlo “restando umani”, il libro di Deaglio è la migliore bussola che si possa avere tra le mani. Perchè, anche noi, «non potevamo non sapere».

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