Dighiara (ouverture della Piccola Città)

dighiaraIl carabiniere in pensione Mario Dighiara si aggira furtivo nel parcheggio della stazione di fronte all’università. É a caccia. A caccia di matricole a cui affittare camere. In nero. Tanto a lui, con tutte le persone che conosce, nell’arma e sul comune, non gli rompe il cazzo nessuno. Nessuno. E poi le sue case costano meno delle altre, quasi la metà. Conviene a tutti. A lui sicuramente, ma anche a chi paga. Tutti contenti, tutti zitti.

Mario Dighiara è un maiale, affitta “solo a studentesse” perchè dice sono più pulite, poi le immagina sotto la doccia e su quei pensieri ci passa le notti sveglio; affitta anche a maschi, se proprio deve, almeno se si arrangiano coi lavori gli aggiustano il bagno. Ma questo dall’annuncio non si capisce. Si vede solo il prezzo. E i pesci abboccano.

Questo pensa il Dighiara, ma nonostante si perda nei suoi pensieri rimane sbirro, sbirro fracico anche se in pensione, nei secoli fedele e nei secoli sull’attenti, sul chi vive, sul chivalà. Sospettoso sempre, come un topo in una dispensa. E al topo somiglia, nella postura del corpo e nell’espressione del volto. E nel colore dei capelli.

Ed è così che il toposbirro guardandosi attorno li vede, tutti e due, i drocati, i cumunisti, gli sfaticati, i figli di buttana (che è mezzo calabrese, il mario) che gli hanno lasciato la casa di notte, a febbraio, senza la possibilità di riaffittarla manco a metà prezzo. Il cesso otturato, le bollette da pagare e un cazzo nero disegnato a catrame sul muro dell’ingresso, giusto di fronte alla porta d’entrata.

Dighiara tralascia le sue invasioni domenicali e notturne, il passepartout che conserva per entrare in casa, chè tanto è sempre casa sua, dimentica il pazzo con l’infarto che urla tutta la notte contro gli studenti e che però non crepa mai, si scorda dell’amministratore ladro che fa la ricotta coi gettoni dell’ascensore. Per un attimo pensa alla figlia, dell’amministratore, quella se la ricorda ma non c’è tempo.

Non pensa neanche al fatto di essere mezzo zoppo e si lancia all’inseguimento dei due ragazzi, come ai bei vecchi tempi, quando era uno sbirro vero e curriava i drocati e i ladri per le strade della città. È il lampo bianco della fitta lancinante al fianco a riportarlo al suo presente di vecchio, ma ciò nonostante continua a correre, si fa per dire.

  • Nicò, Rafaè! Aspettate! Fermi!

I due si guardano per mezzo secondo, ghignano e si separano.

Quello alto, Rafaè, si alza il bavero, afferra il trolley e si avvia, piano, verso l’edicola della stazione. Dieci-quindici gradini e la folla delle sei del pomeriggio lo proteggono dal vecchio ossesso. Solo la voce lo segue:

  • Rafaè, tu mi a pavà! Mi devi pagare!

Intanto Nicò, un inverno di esercitazione a fare il cecchino sui vecchi della bocciofila punta un ciccione con la maglia di Maradona e un dobermann al guinzaglio. Lancia un raudo tra le gambe del cane e alza il passo un attimo prima dello scoppio. Il cane da di matto, la gente urla, il ciccione ballonzola, la confusione sale.

Il pensionato Dighiara li perde tutti e due. Se avesse puntato il bassotto forse lo avrebbe preso, almeno una cinquantamila lire la acchiappava. Invece ora è solo, con la sua vecchiaia, la sua gamba sciancata e il suo pugno di mosche. Incazzato e stronzo come sempre.

Nicò il cecchino ormai ha perso il treno, non c’è più da pensarci. Sale su un autobus direzione centro storico. Dal finestrino la fila dei taxi in attesa di clienti. La colonnina del telefono col numero del servizio taxi. Per passare il tempo chiama il numero. Il primo dei tassinari si alza per rispondere, lui chiude la chiamata e aspetta che l’uomo si sieda. Ripete la cosa due tre volte, finchè non vede il tassista bestemmiare. Poi il suo autobus parte. Nicò ride. Pensa al telecomando universale con cui cambiano canale al vicino di balcone. E pensa al citofono con quaranta – cinquanta interni che suonano a mezzanotte per poi scappare via. È un fuoricorso di venticinque anni, ma se ne sente dieci. Dal giubotto tira fuori un libro e si mette a leggere. Il sole sta tramontando.

Di li a poco la città cambierà pelle, per diventare il regno di beppe il ballerino e di michele il ricchione della stazione, uno a caccia di musica per stordirsi, l’altro di ammore a pochi soldi.

Nicò e Rafaè si sarebbero rincontrati all’ingresso del multisala, o forse della feltrinelli. Al peggio alla rosticceria del cingalese.

Chissà come avrebbe dormito Dighiara, il carabiniere in pensione. Carabiniere per sempre.

Nico, come quello di Steven Seagal o come quella dei Velvet Underground? Quasi quarant'anni, legge, scrive, disegna, mangia e beve tutto quello che può. Crede profondamenre in quello che dice Michele Serra citando Freak Antoni che parafrasa Allen Ginsberg: "Le migliori menti della mia generazione - dicono - sono state distrutte dalla politica e dalla droga. Ma non è vero. Le migliori menti della mia generazione sono state distrutte dal professionismo". Pertanto, non si è mai professionalizzato: né nella chitarra (non so suonare ma suono lo stesso, punk in not dead), né in nessuna delle sue passioni. Se potesse salvare un solo libro e uno soltanto salverebbe "Il Maestro e Margherita" di Bulgakov. Potendoci mettere un fumetto vicino salverebbe "Watchman" di Alan Moore. Ci sarebbero anche un film e un disco, ma questa è un'altra storia. Parla di se in terza persona come i bambini dell'asilo. Per sua fortuna ha una moglie che lo migliora molto e che ama tanto, e una meraviglia di figlia.

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