La vita sobria

Secondo Charles Baudelairechi beve solo acqua ha un segreto da nascondere“. Non so quanto sia vera questa affermazione, ma per fugare qualsiasi dubbio, sebbene qualche segreto da nascondere lo abbia anche io (ebbene sì, #sapevatelo), prima di mettermi al computer e raccontarvi de La vita sobria, la raccolta di Racconti ubriachi edita da Neo. Edizioni, ho bevuto due Spritz ed ho deciso di lasciare le mie inibizioni al tavolino di un bar.

Ora, potrei scrivere checopertina_la_vita_sobria.indd questa raccolta racchiude i racconti di dieci tra le più interessanti voci del panorama letterario italiano (le voci in questione sono quelle di Claudia Durastanti, Gianni Solla, Fabio Viola, Alessandro Turati, Francesco Pacifico, Olivia Corio, Dario Falconi, Paolo Zardi, Stefano Sgambati, Filippo Tuena) e di sicuro non sarebbe una bugia.

Oppure, potrei anticiparvi il contenuto di qualcuno dei racconti letti (per la cronaca dell’ecchissene, il mio preferito è Il guscio vuoto di Olivia Corio).

La verità è che a me questi racconti hanno fatto male, perché se da un lato l’alcol riesce a far venire a galla quella piacevole euforia che consente di affrontare le giornate più difficili, dall’altro rende visibili anche i più reconditi fantasmi che infestano l’anima di un individuo. Scelgo di non annoiarvi con inutili beverecce elucubrazioni, e preferisco che a raccontare La vita sobria sia il suo curatore, Graziano Dell’Anna.

Quello tra alcol e letteratura è un binomio ricorrente: penso a Baudelaire, Hemingway e all’inflazionato Bukowski. Eppure, i “racconti ubriachi” de La vita sobria si distaccano dai soliti cliché e accompagnano il lettore alla scoperta di un’ebbrezza che sembra essere sintomo più di un abuso di vita che di alcol. Com’è nata l’idea di questa raccolta?

Bevendo. E leggendo. Non necessariamente in quest’ordine. Il fatto è che considero l’alcol un argomento narrativo molto intrigante. Da una parte, siccome gli autori che ne hanno parlato nelle loro opere non si contano, permette a chi scrive di confrontarsi con la tradizione letteraria. In secondo luogo, con l’alcol è facile finire faccia a faccia col tema fondamentale della letteratura, cioè l’animo umano. In John Barleycorn – nome che personifica il demone etilico – Jack London scrive così: «Ecco come si comportano i fedeli di John Barleycorn. Quando viene la buona sorte, bevono. Quando viene la mala sorte, bevono alla speranza della sorte buona. Se capita una sfortuna, bevono per dimenticarsela. Se incontrano un amico, bevono. Se hanno successo in amore, tanta è la loro felicità che per forza debbono bere. Se vanno in bianco, bevono per l’opposto motivo. E se proprio non hanno niente da fare, ebbene, bevono qualcosa, con la piena consapevolezza che dopo aver bevuto a sufficienza comincerà a pizzicare loro il cervello e le mani saranno piene di cose da fare». Quello di London non è solo un ritratto dell’alcolizzato: c’è dentro il compendio di tutti gli stati d’animo e i sentimenti umani – speranza, dolore, affetto, euforia, noia eccetera – amplificati o attutiti da una bevuta. L’alcol è dunque attuale e classico, letterario e quotidiano (chi non ha mai alzato il gomito almeno una volta nella vita?) e permette di parlare dell’uomo d’oggi e di sempre. Ma allora perché non chiedere ad alcuni scrittori italiani di raccontarlo?

Dieci racconti, scritti da dieci autori molto diversi tra loro. Quali sono stati i criteri con i quali hai selezionato i brani inclusi nella raccolta?

Il criterio è stato uno solo: che il racconto mi piacesse. Il genere non mi interessa. Che un testo letterario sia grottesco, tragico, realistico, fantascientifico o altro, poco importa. Mi sta a cuore che sia scritto bene e che l’autore abbia un timbro di voce forte, personale. Se poi un racconto sia più o meno bello o uno scrittore piaccia stilisticamente più di un altro, spetta al lettore giudicare. Per quanto mi riguarda, ciò che mi affascina degli autori di La vita sobria è la densità della prosa di Claudia Durastanti, il sentimento del dettaglio che ha Paolo Zardi e l’ironia scombinata di Alessandro Turati. Per il tocco lieve con cui Francesco Pacifico amministra la sua enorme intelligenza e l’asciuttezza con cui Fabio Viola costruisce i suoi mondi allucinati nutro una vera e propria invidia. Il respiro classicheggiante di Filippo Tuena mi estasia. Mentre ammiro la potenza delle immagini e il ritmo della pagina di Stefano Sgambati, l’accuratezza descrittiva di Olivia Corio, la nostalgia politica di Dario Falconi e la verve narrativa di Gianni Solla.

Le storie narrate ruotano intorno ad un senso di abbandono, di emarginazione, alla crisi dei sentimenti intesa nella sua accezione più ampia. È davvero così difficile aspirare ad una “vita sobria”?

Non solo trovo difficile aspirare a una «vita sobria». Penso che sia da evitare o almeno che la caccia alla normalità – nella scelta di ciò che si beve come in ogni altro aspetto della vita, letteratura compresa – non debba diventare un’ossessione. Nell’aspirazione a un ordine impossibile, nel rispetto incondizionato della regola, c’è qualcosa di patologico. Mentre ciò che rende umani – annaspanti e sofferenti ma umani – i personaggi dell’antologia è proprio lo sbilanciamento, la mancanza di un centro esistenziale. Questo è anche, a mio parere, un pregio del libro. Alcune storie sono tragiche o malinconiche, altre virano sul grottesco o surreale e possono strappare più d’un sorriso. Tuttavia nessun racconto è consolatorio. La vita è quello che è: incasinata, assurda, fuori cardine. E così va raccontata. Nessun autore di La vita sobria, grazie al cielo, intende dare una pacca sulla spalla al lettore per rassicurarlo che va tutto bene.

Negli ultimi anni è cresciuta l’attenzione da parte dei lettori intorno alla forma narrativa del racconto. Cosa spinge un lettore a preferire un racconto ad un romanzo?

Scrivere un racconto o un romanzo non è la stessa cosa (potrei addirittura azzardare che scrivere un buon racconto è più difficile che scrivere un buon romanzo), ma dal punto di vista del lettore non credo ci sia un motivo particolare, forte per prediligere la forma breve a quella lunga. Per me, almeno, non esiste molta differenza tra leggere i racconti della O’Connor o Resurrezione di Tolstoj. Le considero esperienze esteticamente ed emotivamente identiche. D’altronde gente come Poe, Cechov, Maupassant, Tolstoj, Kafka, Hemingway, Fitzgerald, tanto per fare qualche nome, testimoniano che, anche a considerarlo un genere di minor successo, il racconto ha sempre goduto di ottima salute e dell’attenzione – contemporanea o postuma – dei lettori. Se il «Post» sborsò 400 dollari per il primo racconto di Fitzgerald, aumentando progressivamente il prezzo per i successivi fino ad arrivare a 4000 dollari, qualcosa vorrà pur dire. Purtroppo mi mancano i dati per poter argomentare con maggiore cognizione. Se alcuni libri di racconti negli ultimi anni si vendono di più, non so dire se il motivo sia un interesse crescente per la short story o il semplice fatto che siano libri ben scritti, di autori interessanti.

Oltre a collaborare con diverse testate giornalistiche, insegni Lettere ai detenuti del carcere di Rebibbia. In che modo la letteratura può aiutare ad affrontare il dramma dell’isolamento?

In molti modi. Innanzitutto, siccome la formula del carcere, come ha osservato Brodskij, è «limitazione di spazio compensata da eccesso di tempo», la maggior parte delle ore un detenuto le passa a pensare. A rimuginare sulla sua vita, il passato, gli errori, il dolore. Se rimuginando riesci a far ordine tra le tue idee, magari ti rimetti in piedi. Quando invece i pensieri si attorcigliano su se stessi e il cervello macina a vuoto, coli a picco nella depressione. Da questo punto di vista leggere, confrontarsi col rimuginio strutturato di una storia, coi moti interiori dei personaggi di un racconto o di un romanzo, anche solo con delle parole messe in fila secondo un senso, può essere d’aiuto. Non sto parlando solo in linea teorica: ho conosciuto detenuti che traevano dalla lettura una certa forza. E poi c’è l’evasione, quella mentale intendo. «Mi piace leggere» mi confidò una volta una studentessa, «perché quando leggo non sono qui». Personalmente l’idea della lettura come evasione non m’intriga, ma come non ammettere che dietro le sbarre è qualcosa che ti salva? Per questo in carcere un buon libro può essere uno strumento molto più utile, e meno rischioso, di una lima e di una corda di lenzuola annodate.

Mettendo un attimo da parte “La vita sobria”, qual è secondo te la migliore sbronza letteraria di tutti i tempi?

Se con «sbronza letteraria» intendi un libro sull’alcol, direi che Sotto il vulcano di Malcolm Lowry può essere considerato a buon diritto la vetta della narrativa alcolica (mentre il racconto etilico perfetto resta, secondo me, Il decennio perduto di Fitzgerald). Se invece ti riferisci a un romanzo in grado di «ubriacare» i lettori, di farli svegliare col mal di testa, senza dubbio la Recherche. Credo che quella di Proust sia l’opera letteraria più squilibratamente geniale partorita da mente umana. Per la costruzione delle frasi che si moltiplicano su se stesse in un delirio da metastasi, per la lunghezza spropositata, per i quattordici anni di vita dedicati alla sua stesura e per la bellezza terribile della sua prosa, la Recherche è un monstrum che ha davvero poco a che fare con la sobrietà letteraria. Una lettura che, una volta girata l’ultima pagina dell’ultimo volume, può procurarti uno stordimento che è l’equivalente intellettuale dei postumi di molte sbornie. Per questo chi prova a leggere per la prima volta la Recherche e si ritrae inorridito dopo qualche pagina sostenendo che non riesce ad andare avanti, che Proust è lento o spiega troppo, mi ricorda i tizi che appoggiano le labbra al bicchiere, fanno bleah e non toccano più un alcolico per il resto della vita. Sono lettori sobri, astemi letterari. E non sanno che si perdono.

Se volete, qui trovate un breve estratto dal racconto di Paolo Zardi, L’amore reclinato.

Sono solita riordinare i pensieri tra gli scaffali di una libreria. Venero il “Dio” Gutenberg, sono devota a monsieur Kindle, e sono pronta ad abbracciare qualsiasi nuovo credo riesca a proiettarmi in una realtà fatta di parole e immagini da raccontare. Qualora rischiassi di dimenticarlo, la foto di una barca mi ricorda che “La educación es libertad”. Quoto Pennac e penso che tacere, a volte, oltre ad essere un diritto sia un dovere. Da grande voglio essere una Haijin. Ecco il mio haiku: sono seduta/ invoco lo scapezzo/ mannaggia mondo

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