L’amore reclinato

L’unità di misura del dolore degli esseri umani è il litro, e lui era arrivato a due al giorno. Aveva iniziato un po’ alla volta, con l’amaro dopo cena. Poi la sambuca nel caffè. Quindi lo spritz prima di cena, la birra piccola a pranzo, la birra media a pranzo. Il punch al mandarino con la brioche, a colazione. I boeri al rum, il grappino per digerire, il grappino per andare a dormire. Il grappino così, senza nessun motivo particolare. Un ottundimento sistematico, che puntava a diventare perenne. I vecchi amici, che nei dieci anni di fidanzamento aveva visto tre volte, ora si davano il turno per fargli compagnia: li mandava a casa disintegrati. Era questione di allenamento, il dolore. Di costanza, di dedizione e soprattutto di ferocia. Poi, per rincuorarsi, ogni mattina leggeva, nelle pagine interne del giornale locale, lo straziante bollettino degli annunci matrimoniali: donne buone e brave e piene di voglia di vivere cercavano un’anima gemella che le facesse sentire di nuovo felici. Era soddisfatto nel sentire come quel dolore non riuscisse neppure a toccarlo. In poco tempo aveva scoperto che esisteva la felicità, esisteva l’infelicità, e poi esisteva il contrario di entrambe, un limbo limaccioso e lentissimo dove nulla era bello e nulla ti feriva. Ora sapeva che ogni sofferenza aveva un antidoto.

Estratto dal racconto di Paolo Zardi, L’amore reclinato, da La vita sobria, Neo Edizioni

Foto di Emanuela Ciliento

Sono solita riordinare i pensieri tra gli scaffali di una libreria. Venero il “Dio” Gutenberg, sono devota a monsieur Kindle, e sono pronta ad abbracciare qualsiasi nuovo credo riesca a proiettarmi in una realtà fatta di parole e immagini da raccontare. Qualora rischiassi di dimenticarlo, la foto di una barca mi ricorda che “La educación es libertad”. Quoto Pennac e penso che tacere, a volte, oltre ad essere un diritto sia un dovere. Da grande voglio essere una Haijin. Ecco il mio haiku: sono seduta/ invoco lo scapezzo/ mannaggia mondo

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