Roma capta

Roma, le sue grandezze e le sue miserie. La città dei Cesari e quella dei Papi. Caput mundi e Nuova Babilonia. Infinite, o quasi, sono le contrapposizioni o le assonanze che si possono individuare o anche solo evocare “giocando” con la storia dell’Urbe. Storia che offre innumerevoroma captali prospettive di lettura, soprattutto se si prendono in esame i periodi meno celebri e celebrati della vita della città. Cosa che fa Umberto Roberto con il suo Roma capta –ed. Laterza, 11,50 euro-, volume che utilizza come filo conduttore per raccontare le vicende dell’Urbe i sacchi cui la città fu sottoposta nel corso della sua esistenza.

Prospettiva invero singolare quella scelta dall’autore, tuttavia ricca di spunti interessanti, a volte davvero inattesi. In particolare in riferimento alle figure di alcuni imperatori “minori” avvicendatosi nei tumultuosi anni tra il IV ed il V secolo.

Inevitabilmente la narrazione prende le mosse dal sacco del 386 a.C. (Brenno, “Vae victis!”, le oche del Campidoglio, Camillo e il suo “Roma si riscatta con il ferro, non con l’oro!”) e dalle conseguenze che il metus gallicus ebbe nella storia e nella mentalità dei romani, per giungere al celeberrimo saccheggio del 1527 ad opera delle milizie dell’imperatore Carlo V. Ma è soprattutto sul periodo che va dal 410 (sacco di Alarico) al 472 (sacco di Ricimero) che si concentra l’attenzione dell’autore: un periodo genericamente definito come la lunga agonia dell’Impero romano d’Occidente. Eppure nei 66 anni che intercorrono dal saccheggio ad opera dei Goti fino alla deposizione di Romolo Augustolo da parte di Odoacre non mancarono tentativi, in parte riusciti, di restaurare dignità e grandezza dell’impero. Un impero ormai cristiano e non più pagano (anche su questo punto, tuttavia, l’autore offre squarci di grande interesse), ma pur sempre attento ad evidenziare e rinsaldare la continuità con il proprio passato.

Molta attenzione è dedicata all’analisi della storia urbanistica di Roma, al modificarsi del suo volto attraverso i secoli, al convivere della Roma pagana con quella Cristiana, fino al definitivo prevalere della nuova religione su quella antica, prevalenza espressa fisicamente dal sostituirsi delle chiese ai templi dei vecchi dei.

Ma è soprattutto all’idea stessa di Roma che l’autore dedica particolare attenzione. All’idea che i romani avevano dell’Urbe, dunque di se stessi, ed alla percezione che ne avevano i barbari. Una Roma che finisce per identificarsi con l’idea stessa di civiltà. Una storia nella storia quella dell’idea di Roma.  Affascinante ed intrigante, come l’Urbe stessa del resto. E soprattutto eterna.

Tu regere imperio populos, Romane, memento –

hae tibi erunt artes – pacique imponere morem,

parcere subiectis et debellare superbos.

Eneide, VI 847-853

 

Franz Ferdinand scripsit

Un errore della Storia. Questo è Franz Ferdinand. Nato in riva al mare, ma amante delle solitudini alpine; aristocratico in un mondo disegnato su misura per le incolte plebi; accumulatore (e lettore!) di carta stampata fra miriadi di "lettori" di sms e pdf. Dall'innaturale connubio tra locus (terronico) ed animus (asburgico) nasce il monstrum Franz Ferdinand. "Attendere l'Apocalisse in compagnia di un libro e di una tazza di caffé"

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*