Noi

Immaginate che qualcuno vi chieda di ricordargli i motivi per i quali si è innamorato di voi. Ecco, inizialmente prevarrebbe la rabbia e non potreste fare a meno di pensare: “Devo essere io a ricordarti perché mi ami?”. Poi, dopo un primo momento, provereste ad alimentare quel ricordo, perché quando si è innamorati non ci si può arrendere all’idea che quel qualcuno non voglia più far parte della nostra esistenza. O almeno, non ci si arrende all’idea fino a quando si ha la sensazione che valga la pena farlo.

Quando Connie, la donna con cui ha trascorso gli ultimi vent’anni della sua vita, decide che il loro matrimonio è finito, Douglas gioca l’ultima carta possibile ed organizza un Grand Tour attraverso le più belle città d’Europa. Un viaggio alla scoperta delle opere che hanno segnato la storia dell’arte, ma soprattutto alla ricerca di un amore che sembra ormai perduto.

Connie e Douglas sono i personaggi di Noi, il nuovo romanzo di David Nicholls (l’autore di Un giorno, per intenderci), in Italia edito da Neri Pozza. E poi c’è Albie, il loro unico figlio, che riesce ad essere contemporaneamente anello di congiunzione e di separazione di una coppia che ha smesso di parlarsi, o che forse non lo ha mai fatto veramente.

Io non so se qualche volta è capitato anche a voi, ma ci sono autori che riescono a squarciarti il cuore. Sono settimane che provo a cercare le parole che mi aiutino a descrivere quanto meraviglioso e doloroso sia stato leggere questo romanzo, ma davvero non riesco a trovarle. Noi è tante storie insieme: è la storia di una famiglia, del rapporto contrastato tra un padre e un figlio, di un amore tra due persone completamente diverse che commettono l’azzardo di voler trascorrere la propria vita insieme.  Noi però, è soprattutto un romanzo sulla crescita personale di ogni individuo e su come l’essere emotivamente ciechi possa rischiare di farci perdere prezioso tempo di vita.

C’è un’immagine che più di tutte mi ha colpita:

“(…) Ridiscesi nell’atrio centrale, facendo brevi puntate nelle altre sale, tutte colme di immagini meravigliose. Stavo per uscire sulla gradinata, quando la mia attenzione fu attirata da un cartello, Pinturas negras, un’espressione che sembrava avere qualcosa di stregonesco…

Le tele in questione si trovavano nel sottosuolo della galleria, quasi fossero un oscuro segreto di famiglia. Mi bastò un’occhiata per capire il motivo. Non erano tele, ma una serie di affreschi che Goya aveva dipinto sulle pareti di una casa, e si trattava decisamente dell’opera di un uomo disturbato. Una donna sghignazzante che si accingeva a decapitare un poveretto, altre donne dall’aspetto grottesco radunate intorno a Satana in forma di caprone, due uomini che si prendevano a bastonate immersi nella melma fino alle ginocchia, la testa di un cane con lo sguardo implorante che sbucava dalle sabbie mobili. Anche le scene all’apparenza più innocenti – due donne che ridevano, due vecchi che mangiavano la zuppa – grondavano paura e cattiveria. Ma il peggio doveva ancora venire. In una caverna avvolta dalle tenebre, un gigante dall’aria spiritata dilaniava un cadavere con i denti. Si chiamava Saturno che divora suo figlio, ma quel dio non era bello come le divinità che avevo visto in Francia e in Italia. Era un vecchio pazzo, ingobbito e dalle membra emaciate, e nei suoi orrendi occhi neri c’era un’espressione stravolta, come se nutrisse un assoluto disprezzo di sé…

Iniziarono a fischiarmi le orecchie e avvertii un senso di oppressione al petto, un’angoscia così profonda che dovetti scappare dalla sala. Magari non avessi mai visto quel dipinto! Perché non era rimasto sul muro di una casa derelitta? Non sono superstizioso ma c’era qualcosa di infausto in quell’immagine, un cattivo presagio”.

Goya è da sempre uno dei miei pittori preferiti, e la sala delle Pinturas negras è una delle poche cose che ancora oggi ricordo lucidamente della mia visita al Museo El Prado di Madrid. Eppure, dopo aver letto questo libro, anche io ho pensato: “Magari non avessi mai visto quel dipinto…”.

Una cosa è certa: tutto sembrava, tranne che un cattivo presagio.

 

 

 

 

Sono solita riordinare i pensieri tra gli scaffali di una libreria. Venero il “Dio” Gutenberg, sono devota a monsieur Kindle, e sono pronta ad abbracciare qualsiasi nuovo credo riesca a proiettarmi in una realtà fatta di parole e immagini da raccontare. Qualora rischiassi di dimenticarlo, la foto di una barca mi ricorda che “La educación es libertad”. Quoto Pennac e penso che tacere, a volte, oltre ad essere un diritto sia un dovere. Da grande voglio essere una Haijin. Ecco il mio haiku: sono seduta/ invoco lo scapezzo/ mannaggia mondo

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