ADDICTION (suite per un vecchio gioco)

 

aprì la custodia con studiata lentezza.
ogni gesto la minima forza necessaria. la punta delle dita, il medio e il pollice, a trattenere il disco n.1.
la distanza minima necessaria a sfiorare il tasto open.
il rumore di ferraglia del vecchio case sembrò fuori contesto, blasfemo, di fronte alla religiosa delicatezza dei suoi movimenti.
anche il respiro ridotto al minimo, fino alla conclusione dell’installazione. ancora un attimo di surplace, fino al riavvio non si poteva essere sicuri di nulla.
quattro cd più uno per l’espansione, una vera e propria scommessa con l’ignoto, considerato il rottame di pc con cui armeggiava.
il riavvio fu lunghissimo, infinito. poi chiuse, scaramantico, tutti i programmi in avvio automatico, la suite di open office su tutto. che crashava pure con campo minato.
poi via l’antivirus, che tanto si gioca in singolo col modem spento.
uno, due… tre. Musica!
scommessa vinta, ricominciò a respirare normalmente.
prima di iniziare, un ultimo controllo, non si sa mai. tutto a posto. Play.

*** dissolvenza *** flash-back ***

quando seppe che era uscito, aveva fatto due conti. con soddisfazione aveva capito che poteva starci dentro.
quindi aveva chiesto un prestito, una dilazione per l’affitto del mese ed era andato a fare spesa:

il gioco, of course.
tabacco e cartine – due buste e tre pacchetti.
una quantità che nemmeno l’avvocato di Escobar avrebbe definito modica.
un cartone di birra catalana da 24 bottiglie per 25 cl.

poi in un tentativo imperfetto di mettersi in vantaggi col karma ripulì bene la camera, cambiò le lenzuola, svuotò i portacenere e avviò la lavatrice.

e poi il delirio.

*** dissolvenza ***

i primi due giorni giocò dodici ore di file ogni sessione. con pause per pisciare e per brevi sonnellini vestito. sonni agitati in cui continuava a premere l’autosave e il tasto sinistro del mouse.
il terzo giorno fece una doccia e si impose ritmi più umani.
quando incontrò il Boss finale erano passati quasi venti giorni (col gioco che sulla scatola ne prometteva due mesi).
era sceso di casa due volte, una per andare al tabacchino. l’altra no.
la birra era finita il quarto giorno, aveva deciso che non valesse la pena comprarne altra.
il pigiama puzzava di pesce rancido, l’aveva cambiato una sola volta perchè si era rovesciato il caffè addosso.
naturalmente aveva saltato la sessione.
tenne spento il pc una settimana intera, poi raccolse abbastanza coraggio, e creò un nuovo pg.
(ndr. naturalmente si parla di Baldur’s Gate II).

Nico, come quello di Steven Seagal o come quella dei Velvet Underground? Quasi quarant'anni, legge, scrive, disegna, mangia e beve tutto quello che può. Crede profondamenre in quello che dice Michele Serra citando Freak Antoni che parafrasa Allen Ginsberg: "Le migliori menti della mia generazione - dicono - sono state distrutte dalla politica e dalla droga. Ma non è vero. Le migliori menti della mia generazione sono state distrutte dal professionismo". Pertanto, non si è mai professionalizzato: né nella chitarra (non so suonare ma suono lo stesso, punk in not dead), né in nessuna delle sue passioni. Se potesse salvare un solo libro e uno soltanto salverebbe "Il Maestro e Margherita" di Bulgakov. Potendoci mettere un fumetto vicino salverebbe "Watchman" di Alan Moore. Ci sarebbero anche un film e un disco, ma questa è un'altra storia. Parla di se in terza persona come i bambini dell'asilo. Per sua fortuna ha una moglie che lo migliora molto e che ama tanto, e una meraviglia di figlia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*