Dunwich, horror & Co.

Il nome Dunwich evoca ricordi di letteraria memoria: in origine era Howard Phillips Lovecraft, scrittore, poeta e critico considerato tra i maggiori esponenti della letteratura horror e tra i precursori della fantascienza angloamericana, con sprazzi di fantasy. Ed è proprio da Lovecraft, dal valore del suo lavoro e da quel riferimento a L’orrore di Dunwich, che nel gennaio 2013 Mauro Saracino ha creato a Roma la casa editrice Dunwich.

Mauro Saracino

Mauro Saracino

Classe 1978, autore prima ancora che direttore editoriale, Mauro ci parla di questa bella avventura, della «baracca messa su» – come lui stesso definisce l’inizio di questa attività –, che prende le mosse proprio dalla sua esperienza di scrittore. «Diversi anni di esperienze a livello editoriale mi hanno permesso di imparare molto su questo lavoro e con la Dunwich ho cercato di dare rilevanza a tutti gli aspetti che reputo fondamentali. C’è un progetto, un percorso, la consapevolezza di una crescita, una pianificazione: non è una cosa messa su dalla sera alla mattina».

Quali sono le caratteristiche della casa editrice Dunwich?

«Puntiamo in particolar modo sull’innovazione, un concetto che racchiude in sé diversi significati. Non abbiamo titoli “classici”, cerchiamo di innovare attraverso storie che declinino alcuni generi in maniera diversa, connotando il marchio sul polo dell’originalità attraverso la ricerca di opere inedite in Italia. Infatti, oltre ad avere un parco autori italiano, guardiamo anche al mercato estero con l’acquisizione di diritti di autori stranieri. Dietro ogni opera c’è un lavoro che definirei maniacale, il testo deve essere fluido, puntiamo a un labor limae a più livelli: grammaticale, sintattico, di ricerca e ricostruzione storica, soprattutto nel caso di alcuni generi. Un altro aspetto è la competitività, da un punto di vista economico ma anche di packaging: puntiamo molto sulla grafica e ci affidiamo anche a tanti giovani artisti, in un lavoro di scouting che ha permesso a noi di scoprire giovani talenti e agli artisti di trovare un luogo e una opportunità di espressione. Abbiamo iniziato con un annuncio su DeviantArt, dove si trovano tanti artisti emergenti a livello grafico, e da lì abbiamo avuto contatti con artisti statunitensi – come Saber Core – e italiani, tra i quali Andrea Piera Laguzzi, Carolina Fiandri, Alessia Coppola, Livia De Simone.

Quali sono i generi di riferimento della Dunwich?

«L’horror è sicuramente il genere che caratterizza la casa editrice, quello da cui tutto è iniziato, ma non è l’unico: il thriller, lo steampunk – un genere rivoluzionario nel mondo editoriale nostrano –, il genere rosa che però, naturalmente, è declinato in modo molto originale, “fuori dalle righe”». 

Cos’è lo steampunk?

«Per dirla in termini semplicistici, una specie di fantascienza ambientata prevalentemente nel passato o, comunque, in un tempo “altro” da quello contemporaneo. È un genere che all’estero ha un notevole successo ma che in Italia non ha ancora un pubblico ampio. In questo grande contenitore accade, ad esempio, che si riscontri una commistione di generi e che fluiscano elementi che spaziano dal fantasy, all’horror, passando per il thriller».

Facci un esempio di steampunk.

«Il contesto è un mondo di fantascienza in cui la tecnologia è basata prevalentemente sul vapore. Ad esempio in Codex Gilgamesh possiamo trovare nella Londra vittoriana Leonardo Da Vinci, Frankenstein e Cleopatra, in un intreccio storico molto interessante. A distanza di due anni dall’uscita stiamo avendo ancora riscontri molto positivi e la cosa non può che darci soddisfazione». 

Hai parlato di genere rosafuori dalle righe. Cosa intendi?

«Ci siamo accorti di avere parecchie lettrici e abbiamo provato ad avvicinare l’identità della Dunwich anche a un gusto più femminile appunto, ma sempre mantenendo il nostro stile. Abbiamo attinto a piene mani dal bacino straniero e abbiamo conosciuto Jennifer Sage, un’autrice che in America ha uno zoccolo duro di lettori. Jennifer ha una grande passione per l’Italia e, quando ha firmato un contratto con una grande casa editrice statunitense, ha escluso i diritti italiani. Noi ci siamo inseriti in questa opportunità e, con nostro grande piacere, Jennifer ci ha scelti e ha anche rinnovato il suo legame con la Dunwich».

Hai accennato al discorso del digitale: come si pone la Dunwich con il fenomeno e-book e con la polemica del libro in cartaceo? Un libro è un libro?

«I nostri rapporti con il mondo autorale estero e, più in generale, il monitoraggio di quanto accade fuori dall’Italia, ci permette di constatare che questa polemica, se così vogliamo chiamarla, è prevalentemente nel nostro Paese. All’estero ognuno legge come vuole, in qualsiasi formato. Gli e-book vanno molto e hanno un costo altamente competitivo. Noi ci poniamo su questa linea di pensiero e cerchiamo di portare avanti un discorso di alta competitività economica. Noi crediamo nel valore del nostro lavoro e proviamo a fare un discorso di qualità a prezzi competitivi. Lo stesso si può dire per il cartaceo a cui comunque dedichiamo il giusto spazio, soprattutto dopo il successo al Salone internazionale del Libro di Torino dell’anno scorso. E in ogni caso è giusto che il pubblico possa scegliere come leggerci».

Hai citato il Salone internazionale del Libro di Torino. Qual è il tuo rapporto con questi eventi?

«Proprio a Torino abbiamo avuto il nostro primo feedback importante. Nel maggio 2014, a un anno e mezzo dalla nascita della Dunwich, abbiamo organizzato una presentazione in stile steampunk e la sala di presentazione del Salone del Libro era gremita di adulti e bambini che prendevano appunti: è stata una grande soddisfazione. Le Fiere in generale sono eventi importanti e occasioni di incontro con il lettore sul campo e di interazione con il pubblico. Nel discorso di promozione, più in generale, sono sostenitore delle presentazioni in libreria, quando sono bene organizzate, ma credo molto nel lavoro di diffusione dei social network, dei blog, di quei canali che vedono gli utenti e gli appassionati farsi parte integrante della promozione del lavoro editoriale».

La Dunwich lancia spesso dei concorsi ai suoi lettori e ad aspiranti autori.

«In questo modo è nata Ritorno a Dunwich, un’antologia che nasce come omaggio a Lovecraft, punto di riferimento per noi, ma anche un grande concorso che abbiamo portato avanti assieme al portale “Letteratura horror”, che spesso ci appoggia nelle nostre iniziative. Sono arrivati 70 racconti di media lunghezza, lavori che hanno richiesto un certo impegno da parte degli autori e della casa editrice, nel leggerli e valutarli. Ne abbiamo scelti 13, li abbiamo pubblicati senza sapere quale sarebbe stata la reazione da parte dei nostri lettori. Un libro di esordienti che, con nostra grande soddisfazione, è stato per noi il titolo più venduto a Torino nel 2014».

Quali sono gli ultimi libri in uscita?

«Abbiamo due omaggi a Verne, uno in chiave Young AdultSuzie Moore e il Nuovo Viaggio al Centro della Terra di Anita Book – e uno in salsa horror – Dalla Terra alla Luna e Zombie. E sono appena usciti altri due titoli: Alice From Wonderland di Alessia Coppola e Exceptor – Legno e Sangue del duo Fabrizio Cadili – Marina Lo Castro. Per quanto riguarda il settore soltanto digitale, stiamo dando molto spazio alle nostre serie: Infernal Beast, Moon Witch e Cthulhu Apocalypse. Quest’ultima in particolare sta andando davvero molto bene. Ovviamente il piano editoriale è ricco di novità per tutto il 2015, cercheremo sempre di continuare a crescere e migliorare».

Qual è la migliore sbornia letteraria che ricordi?

«Da poco mi sono scolato di nuovo The Rising e City Of The Dead di Brian Keene. Quasi meglio di un whisky invecchiato».

Prossimo appuntamento con la casa editrice Dunwich è al Salone internazionale del Libro di Torino, in programma dal 14 al 18 maggio.

Sono nata nell'anno dei Mondiali in Spagna, evento che avrebbe segnato per sempre la mia vita, donandomi un'insana e poco femminile passione per il calcio. E per lo sport. Ho iniziato a leggere all'età di sei anni, come accadeva una volta a tutti i bambini nati prima dell'era della virtualità, maturando da subito un'avversione per le letture a comando negli anni di scuola. Il libro è un'esperienza, non un oggetto, e ha bisogno dei suoi tempi: come un corteggiamento o un amore a prima vista, l'attrazione accade quando meno te l'aspetti e mai per imposizione! Vivo di parole scritte e lette, di pensieri nebulosi e sogni che camminano ancorati a terra. Ho imparato a dire le parolacce, mi piace cucinare, adoro mangiare. La musica, come i libri, sono l'ossigeno della mia quotidianità. Amo condividere, tra silenzi necessari e parole che si rincorrono. Elemento di disordine e pazzia nella mia vita: tanti capelli ricci. Quando vedo un film che mi piace, mi capita la stessa cosa che provo quando arrivo alla fine di un buon libro: rallento gli attimi finali e vorrei non finisse mai. Per vivere puntualmente la sensazione di abbandono e malinconia.

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