Final Cut. L’amore raccontato da Vins Gallico

Gli oggetti sono portatori di memoria. Se poi un oggetto è portatore di una “memoria amorosa” che sarebbe meglio cancellare, sbarazzarsene può trasformarsi in un’impresa impossibile. Liberare la propria casa da dolorosi feticci senza doversi autoinfliggere un’inutile sofferenza è probabilmente il sogno di chiunque abbia appena chiuso una storia d’amore. Un sogno che può realizzarsi grazie alla Final Cut srl, azienda specializzata in fallimenti sentimentali. Del resto, se è vero che l’amore esiste, è anche “importante capire quando lottare per una storia e quando no. In quel caso darci un taglio è già un nuovo inizio”.

A dare voce ai clienti della Final Cut è Vins Gallico, autore di “Final Cut. L’amore non resiste”, in libreria per i tipi di Fandango Editore. Un romanzo dal retrogusto amaro, lucidamente ironico, che un po’ ti stringe il cuore e un po’ lo alleggerisce, perché dimostra che evitare il dolore per la fine di un amore è possibile, ciò che invece risulta più difficile, è trovare il coraggio per lasciarsi tutto alle spalle e andare avanti. A volte, infatti, l’incognita offerta dal futuro può essere più spaventosa delle certezze di un triste passato.

Vins Gallico

Vins Gallico

Final Cut è nella rosa dei dodici semifinalisti al Premio Strega 2015. Che effetto ti fa?

Sono molto deluso e provo un grande disappunto per non essere stato escluso dalla dozzina della Strega. Ora che sono fra i semifinalisti dovrò sopportare le invidie, i commenti alle spalle, le recensioni più premeditate, cariche di pregiudizio… Dai, è ovvio che sono felice, per me e la mia casa editrice. 

Anche se il premio più bello per uno scrittore sono i lettori, quello che ti raccontano dell’emozione della lettura, anzi come si raccontano attraverso la lettura del tuo libro. 

Tullio De Mauro, presidente del comitato direttivo e della Fondazione Bellonci, ha evidenziato che nelle opere selezionate «(…) emerge in maniera originale ed efficace la drammaticità delle nostre vite e dei tempi in cui viviamo», e in effetti il plot narrativo di Final Cut ruota intorno ad un “dramma” che tutti, almeno una volta nella vita, si sono trovati ad affrontare, ovvero, la fine di un amore. Cos’è che rende così difficile lasciarsi alle spalle un sentimento che si è trasformato in una fonte di dolore?

Se qualcosa non è importante, la dimentichiamo in fretta. Se invece è importante, rimane. L’amore ferito, deluso, abbandonato ci colpisce in basso, nel profondo, resiste in maniera difficile da scrostare dentro di noi. Perché ferisce la nostra valutazione di noi stessi, il nostro orgoglio, svilisce i nostri progetti e rovina i nostri sogni.

In più siamo influenzati da una poetica del desiderio: dobbiamo essere sempre insoddisfatti per ciò che non abbiamo ancora o che non abbiamo più.

La gente” racconti nel tuo libro “è disposta a pagare se può evitare il dolore, è disposta a pagare pur di non guardare in faccia il fallimento.” Eppure, nel corso della lettura si ha la sensazione che per alcuni clienti della Final Cut i servizi ricevuti rappresentino, forse in maniera un po’ contorta, un passaggio necessario all’elaborazione del lutto amoroso. Bonificare un luogo dagli oggetti di chi abbiamo amato secondo te è funzionale ad una bonifica più importante, quella del nostro cuore?

Tu parli di bonifica, io parlo di anestesia, anzi di analgesico. Eliminare un oggetto non significa eliminare il ricordo o il dolore, ma lo allevia temporaneamente. Ci illudiamo che le cose non siano soltanto delle cose, le carichiamo di significato, di simbolismo. Per cui se un cappello, una foto, una spilla, una racchetta da tennis sono impregnate di qualcos’altro, forse, eliminandoli, restituendoli, l’odore andrà via.

Invece l’odore rimane…

Il fondatore della Final Cut Srl affronta con professionale distacco la fine delle storie altrui fino a quando una sua cliente, involontariamente, risveglia ricordi che sembravano sopiti. Scrivere questa storia cosa ha rappresentato per te? Anche tu hai rischiato di veder scoperchiato quel personale vaso di Pandora che ognuno di noi custodisce gelosamente?

Ho scritto questa storia di getto, modificando, parodiando, mixando episodi della mia vita privata e aneddoti sentiti in giro o inventati di sana pianta. La scrittura mi ha dato un filtro di ironia e distacco che mi ha reso un uomo più leggero, più solido, insomma ha fatto un gran bene alla mia esistenza. E contemporaneamente mi ha dato la misura di quanto sia simile a tutti gli altri. Le persone che leggono Final Cut e mi conoscono spesso mi chiedono: ma questo personaggio sono io?

E sbagliano per lo più. Quindi significa che in queste vicende c’è un alto potenziale di immedesimazione.

Credi che la Final Cut Srl troverebbe un suo spazio nel mercato reale? Se sì, quali conseguenze potrebbe avere in una società come la nostra, in cui la vita virtuale sembra prendere il sopravvento su quella reale?

Ma certo che potrebbero crearla. Anche se spero che non succeda mai. 

Che palle questa storia che tutto debba essere per forza semplice, anzi semplificato. Un po’ di fatica, anche nell’amore, nel mantenimento dell’amore, non farebbe male. E un po’ più di responsabilità. Specie se si decide di chiudere con una persona.

Oltre ad essere uno scrittore, sei anche un libraio. Qual è stata per te la miglior sbronza letteraria di tutti i tempi?

La prima è stata la migliore: ho dieci anni, è un’estate di fuoco, una notte torrida che sudavo come dentro una sauna, e allora prendo un libro, si chiama “Sotto il sole di Hiroshima”, lo leggo fino a finirlo. Ancora oggi soffro di bulimie da lettura. 

Però ricordo anche volte in cui ho centellinato un autore: per esempio la trilogia di Marsiglia di Izzo. Ne ho letto uno l’anno, come se fossero un bicchiere di un pregiato Armagnac.

Sono solita riordinare i pensieri tra gli scaffali di una libreria. Venero il “Dio” Gutenberg, sono devota a monsieur Kindle, e sono pronta ad abbracciare qualsiasi nuovo credo riesca a proiettarmi in una realtà fatta di parole e immagini da raccontare. Qualora rischiassi di dimenticarlo, la foto di una barca mi ricorda che “La educación es libertad”. Quoto Pennac e penso che tacere, a volte, oltre ad essere un diritto sia un dovere. Da grande voglio essere una Haijin. Ecco il mio haiku: sono seduta/ invoco lo scapezzo/ mannaggia mondo

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