Intervista a Paolo Zardi, semifinalista Premio Strega con “XXI secolo”

Intervistare Paolo Zardi è un’esperienza osmotica: l’entusiasmo e la profondità con cui parla di letteratura a 360° ti coinvolgono al punto tale da rendere piacevolmente difficile intervistarlo. Sì, perché ad ascoltarlo viene voglia di fargli tante domande e di parlare senza guardare l’orologio. Cosa che, tra l’altro, lui stesso non fa perché nelle sue parole traspare tutto il piacere di raccontare dei suoi libri, ma non solo. In questo giro d’Italia di memoria ciclistica con cui sta attraversando il Paese per presentare a tutti XXI secolo, il suo ultimo lavoro edito da Neo Edizioni e semifinalista al Premio Strega, Paolo Zardi ha incontrato anche noi di Alcolibri Anonimi, raccontandoci cosa è per lui il XXI secolo.

“Sua moglie era entrata in coma nel tardo pomeriggio di un giovedì di marzo, mentre lui era fuori e i figli stavano tornando da scuola. I bambini – una ragazzina di tredici anni e un maschietto di sette – avevano trovato la mamma distesa sul tappeto del salotto, a pancia in giù, con la bocca aperta e gli occhi chiusi. Prima di cedere al pianto, avevano chiamato il 118. Così avevano imparato, in classe, durante l’ora di educazione civica. Più tardi, mentre due medici tentavano di rianimare il corpo seminudo della donna, la ragazzina aveva provato a chiamare suo padre, cioè lui, ma il telefono era spento o irraggiungibile. Uno dei medici, una piccola donna sui quaranta, dotata della risolutezza che solo i corpi minuti hanno, si era accorta di quell’assenza e aveva chiesto ai piccoli chi si sarebbe occupato di loro. Scartate la nonna materna – una vedova che viveva in Austria – e la nonna paterna – altrettanto vedova che, lo dicevano loro, aveva problemi di cuore e una certa predisposizione all’angoscia – aveva optato per gli zii. La sorella di lui e il marito.

A quest’ultimo venne affidato l’incarico di aspettarlo e trovare le parole adatte a spiegare perché la moglie non fosse a casa; la zia, invece, appena arrivata, si preoccupò di portare via i bambini, senza nemmeno capire ciò che davvero era successo”.

Paolo Zardi

Paolo Zardi

Il potere di un istante: riferendoti a Eugenio Montale, in un’intervista parli della rivelazione del mondo come qualcosa di improvviso e fugace. Il cantautore Niccolò Fabi, in una sua canzone, prova a ricostruire a ritroso quell’istante a partire dal quale nulla è più come prima. Che rapporto c’è tra vero e verosimile nelle strutture sociali ad ampio raggio, nelle istituzioni contemporanee, nella famiglia, nella politica?

Penso che ci siano diverse strutture e sovrastrutture che nascondono la verità. La realtà, dice Nabokov, è una cosa che andrebbe sempre scritta tra virgolette. Non esiste una realtà oggettiva. La realtà è quella che noi vediamo, quello che noi vogliamo vedere, e in tutti i momenti in cui qualcosa ci costringe a togliere le sovrastruttre, quello che abbiamo ereditato, quello che abbiamo costruito con l’esperienza, giusta o sbagliata, è un attimo improvviso che ci concede poi di accedere alla verità. C’è un film – Matrix, forse fin troppo scontato – in cui cade il palco che c’è avanti, ed è esattamente questo che accade: le sovrastrutture finiscono per costruire una realtà, una realtà che però spesso non corrisponde a quello che di vero c’è dietro, è verosimile ma non ancora compreso.

Nei tuoi personaggi emerge spesso il senso del limite, della precarietà, dell’orlo del precipizio, della rottura di una routine. Il limite è per te sublimazione dell’umanità o sua decadenza?

Secondo me il limite costringe a prendere atto di una difficoltà e i personaggi che racconto nei miei libri cercano di superarla con l’umanità. Il limite mette alla prova il personaggio, Kant faceva un bell’esempio: la colomba soffre per la resistenza che l’aria pone al suo volo però senza l’aria, effettivamente, la colomba non si potrebbe alzare in volo; allo stesso modo i limiti sono ciò che ci contiene, ciò che ci impedisce di fare certe cose, ma diventano anche la ragione per fare uno sforzo e recuperare un’umanità che ci consente di arrivare al di là del limite stesso. Il limite permette alle persone di misurare la propria esistenza e trovare, eventualmente, delle situazioni. Nei miei racconti e nei romanzi i personaggi trovano la soluzione e la trovano dentro di sé, non fuori da sé.

Se crolla anche la famiglia nelle sue fondamenta, su cosa si poggia la società? O è davvero liquida, come dice Bauman?

Bauman è innanzitutto uno degli autori che amo di più, ho letto ultimamente Modus vivendi e un libro sulla nascita del male, Il senso del male. Sicuramente la famiglia è l’ultimo baluardo a riparo dalla società liquida: la società liquida è una società in cui non si può costruire nulla, in cui nulla dura, la famiglia è, invece, l’unico luogo in cui ancora si fanno progetti di lungo periodo. L’investimento emotivo, spirituale, che fanno i genitori verso i figli è quella cosa che non è realizzata nei sei mesi successivi, in un mese, non è “life is now”. Secondo me il motto del XXI secolo è quello della Vodafone “life is now”, e la nostra società ci sta dicendo “vivi adesso”, i figli invece no: “life is now” è adesso ma è anche tra dieci anni, tra cinquant’anni. Tra cinquant’anni i nostri figli vedranno anche il frutto di quello che abbiamo investito in termini umani in questo momento, per cui se viene meno anche la famiglia a mio parere non rimane più nulla.

Hai scritto diversi racconti, hai partecipato a raccolte di racconti e hai scritto romanzi (tra gli altri, Antropometria, Quando tutto finisce, Il futuro che non c’era, Il giorno che diventammo umani, Il Signor Bovary). I racconti sono una sorta di forma di scrittura parcellizzata in cui ti ritrovi meglio? Ritieni desueto il contenitore romanzo?

Credo che siano due forme altrettanto valide di comunicazione e di arte. Il racconto riesce a cogliere determinati aspetti che invece il romanzo non può e, viceversa, il romanzo ha il passo della maratona, il passo del grande progetto, quindi può portare avanti un discorso più complesso e articolato e si può anche permettere dei momenti di riflessione, che il racconto invece non può. Il racconto ha la gara dei 100 metri, si parte e si corre fino alla fine. Proprio per questo ritengo che siano due forme altrettanto valide, interessanti, e mi piace esplorarle entrambe. Sfatiamo alcuni luoghi comuni: non è vero che è più facile scrivere racconti che romanzi, non è vero che ci si mette di meno mediamente. Sono due forme diverse ed è bello avere la possibilità di passare da una all’altra in base a quello che si sente.

Sulla copertina si staglia gigante la sigla “XXI” sull’immagine di un panorama che appare desolato. Secondo te è già tutto scritto nel secolo appena iniziato, c’è solo desolazione, o ci attende altro?

Diciamo che la strada è sicuramente desolata, però la strada è “un percorso” che porta da qualche parte, non un muro che blocca ogni cosa. Sono abbastanza ottimista da dire che il XXI secolo è comunque una strada, una strada che in questo momento si sta snodando nella desolazione, una desolazione vicina e lontana. È di questi tempi la strage dei migranti, una tragedia immane. La strada è desolata però porta sempre in un altrove, l’importante è che la costruiamo noi, e sarebbe davvero bello che la strada porti in un posto migliore da quello da cui stiamo venendo.

Il XXI secolo si rispecchia negli occhi miopi dell’Occidente che osserva i barconi o negli occhi dei migranti che guardano al di là del mare?

Direi che in questo momento nel XXI secolo ci sono i migranti che cercano di andare verso l’Europa, ma a breve secondo me ci sarà un cambio di paradigma, un cambio nel modo di affrontare le cose del mondo. Viviamo una situazione insostenibile, una situazione di disequilibrio, e credo che il XXI secolo dovrà risolvere l’atroce e insostenibile problema della disuguaglianza.

“Tornò a casa intorno alle dieci di sera. Il quartiere era composto, in gran parte, di villette a schiera, con giardini misurati in centimetri quadri, box auto come casette tirolesi, piscine di gomma che d’estate brillavano al sole, altalene appese ai rami più grossi degli alberi, telai di mattoni grigi per il barbecue, taverne e mansarde quasi sempre abusive. Il quartiere era ciò che restava della borghesia di un tempo, l’ultimo conato.

Tutto intorno, l’assedio di una povertà che non aveva più mezzi per nascondersi. Anche il centro commerciale innalzato da una società tedesca a due chilometri da lì non era che un miraggio: ogni giorno inghiottiva e rigurgitava vecchi, marocchini, badanti. Quando tornava a casa, li vedeva al capolinea dell’autobus, coi sacchetti mezzi vuoti, le donne rassegnate come vacche indù e gli uomini con sguardi affamati, pronti ad azzannare. I ricchi erano spariti, tutti insieme. Da anni non ne vedeva passare uno. Rimanevano le loro case enormi e sfitte, mausolei per stupori futuri”.

 Nel primo capitolo introduci il protagonista nella storia seguendolo passo dopo passo, come in una ripresa cinematografica in avvicinamento. Prima ancora che Lui apra la porta, i luoghi ci dicono di un senso di desolazione, di disfacimento, luoghi simbolo resi in maniera anche grottesca. Autori come Calvino fanno parte delle tue influenze letterarie? Sono luoghi dell’anima, paradigma della società?

Conosco poco Calvino ma quando ero bambino ho letto molto Marcovaldo ed effettivamente c’è qualcosa di Marcovaldo nel libro, in questa ambientazione un po’ industriale. Ricordo un racconto di Marcovaldo in cui lui coltivava i funghi nell’aiuola del tram, e in questo c’era il suo desiderio di trovare umanità in un mondo disumanizzato. Effettivamente, quella di XXI secolo potrebbe essere la storia di Marcovaldo su una scala diversa, la storia di qualcuno che cerca di mantenere una sorta di umanità in un mondo che invece sembra non concepirla più, non ammetterla più.

Diversi titoli attestano la presenza di piccoli e medi editori tra i finalisti al “Premio Strega”. È il segnale che sta cambiando qualcosa nella percezione del valore dell’opera editoriale o è uno specchietto per le allodole?

Penso che le proposte che ci sono quest’anno rappresentino opportunamente anche la piccola e media editoria. C’è stata un’apertura a monte, si è deciso di cambiare le regole, con una modalità di voto passata da un voto a tre voti, prevedendo il recupero di piccoli editori nel caso in cui nella cinquina considerata non ci fossero i piccoli editori. Questo secondo me ha dato probabilmente maggior coraggio alle piccole case editrici. Quest’anno, forse per la prima volta, c’è la percezione da parte delle piccole case editrici che qualcosa può cambiare. Noi ci crediamo veramente, non è un gesto folle: pensiamo che potenzialmente ci sia una piccola possibilità. I giochi non sono assolutamente già fatti.

Guardando ai movimenti dal basso, anche ai blog di commenti, di recensioni, al di là dei movimenti legati all’editoria in senso stretto, pensi che sia arrivata una domanda, pensi che ci sia una percezione che dal basso qualcosa è cambiato?

Secondo me è proprio così, io stesso provengo dal mondo dei blog. Ho iniziato a scrivere il 5 gennaio 2006, fino a quel momento non avevo scritto seriamente, solo qualcosina. Il blog è stato il motivo per cui ho iniziato a scrivere. Ho avuto due anni di follia, nel senso che ho iniziato a scrivere e ad aprire decine di blog (politica, appunti, acquerelli…). Il blog principale è arrivato alla fine (grafemi), dopo aver fatto tante esperienze, poi ho detto basta agli altri blog. Parlo delle cose che mi interessano e quindi di letteratura, ora seguo solo quello. Secondo me c’è un movimento che viene dal basso, un fermento che vedo alle fiere del libro, lo vedo nei blog, nelle recensioni: fino a qualche anno fa non era effettivamente possibile confrontarsi con queste realtà.

Sono nata nell'anno dei Mondiali in Spagna, evento che avrebbe segnato per sempre la mia vita, donandomi un'insana e poco femminile passione per il calcio. E per lo sport. Ho iniziato a leggere all'età di sei anni, come accadeva una volta a tutti i bambini nati prima dell'era della virtualità, maturando da subito un'avversione per le letture a comando negli anni di scuola. Il libro è un'esperienza, non un oggetto, e ha bisogno dei suoi tempi: come un corteggiamento o un amore a prima vista, l'attrazione accade quando meno te l'aspetti e mai per imposizione! Vivo di parole scritte e lette, di pensieri nebulosi e sogni che camminano ancorati a terra. Ho imparato a dire le parolacce, mi piace cucinare, adoro mangiare. La musica, come i libri, sono l'ossigeno della mia quotidianità. Amo condividere, tra silenzi necessari e parole che si rincorrono. Elemento di disordine e pazzia nella mia vita: tanti capelli ricci. Quando vedo un film che mi piace, mi capita la stessa cosa che provo quando arrivo alla fine di un buon libro: rallento gli attimi finali e vorrei non finisse mai. Per vivere puntualmente la sensazione di abbandono e malinconia.